Scrivo da brussels. Sono qua per qualche giorno, un po’ per politica un po’ per me. Tornatoci per l’ennesima volta, stavolta mi colpisce un aspetto: le tante nazionalità che si incontrano. Per strada, nel metrò, a cena. Realizzo che in italia, a roma, tutto ciò non esiste. Quante volte mi sono ritrovato al bar con uno spagnolo accanto? Quando mai un amico, invitato a cena, ha portato il suo coinquilino francese? Mai.

In questo momento sono seduto ad una taverne, una specie di pubbetto, in un quartiere non centrale, non periferico. Un quartiere qualsiasi, residenziale. Sento persone parlare spagnolo, francese, italiano (siamo dappertutto…). Tanti non hanno l’aria di turisti. L’altra sera poi ero ad una festa: italiani, belgi, francesi, romeni, tedeschi, portoghesi. Di tutto. A brussels puoi incontrare di tutto.

Certo qui c’è il parlamento europeo. Certo il belgio è al centro dell’europa continentale. Le colonie belghe non sono state un tardivo e ridicolo tentativo di autocelebrazione come quelle italiane. Il belgio è uno stato ricco, con poca densità abitativa e con un’identità nazionale debole (di una vorrebbero farne due). Però è anche vero che in italia la situazione è a monte disastrosa. L’italia è culturalmente impreparata allo “straniero”. La formazione scolastica ti consegna una padronanza della lingua inglese sufficiente a sentirti un perfetto idiota ogni volta che varchi i confini della penisola. Momenti di vita quotidiana di incontro con altre culture non esistono, a parte il quartiere esquilino a roma e il mercato della moschea il venerdi (parlo di roma, scusate. Vivo li). Se si nominano gli immigrati è solo per dare loro la caccia. La politica si divide tra chi è contro e vuole combattere l’immigrazione e chi dice “dobbiamo governarla ma non possiamo fermarla”. In italia non è possibile crescere con una cultura positiva del diverso. Nella dialettica il diverso ha esclusivamente accezione negativa; anche chi professa il contrario purtroppo è, in modo inconsapevole, culturalmente subalterno. Prima che di immigrazione clandestina o meno, è necessario parlare di straniero. Anche il comunitario, quello pulito, ricco e trendy. Non siamo in grado di rapportarci neanche con un francese, un inglese od un americano. È un problema culturale profondo.

È proprio per l’handicap da cui partiamo che dobbiamo impegnarci doppiamente. Apriamoci, accogliamo, scopriamo culture diverse. Lo straniero è una ricchezza. Averci a che fare significa crescere. Confrontarsi con chi vive in un’altra società significa migliorare la consapevolezza di sé. Abbiamo solo che da guadagnarci.

Il perché di quest’articolo non ce l’ho ben chiaro. Un po’ per cominciare a scrivere su amicoqua, un po’ per una volontà di partecipare a questa insopportabile, martellante fissazione per la sicurezza. Grazie dell’attenzione.

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