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“Alla fine del 1962 fui chiamata a Roma a dirigere gli intellettuali o la sezione culturale o come si chiamava. Ero richiesta dal centro o proposta da una federazione che mi vedeva con favore fuori dalle scatole? Non lo so.  (…) Qualche dubbio deve esserci stato nell’affidarmi il lavoro culturale; io non venivo dalla scuola dei Sereni, Alicata, in parte Natta e non lo avevo mai nascosto. Deve essere stata una messa in proba della milanese, pianta estranea nel classico orto meridionale. Avevo una quantità di rapporti, al partito questo giovava, poi si sarebbe visto. Io mi offuscai molto sentendomelo proporre. Avevo appena preso la responsabilità degli enti locali, voleva dire occuparmi dei molti comuni della provincia che eranp nostri e dei moltissimi non nostri, tutti sfondati dalla crescita della metropoli.  (…) Insomma non avevo voglia di ficcarmi nella capitale. Sicché quando insisterono, e Alicata non mancò di sottolineare con enfasi che non avrei preso nientemeno che il suo posto, nicchiai. Dopo qualche giorno Longo venne a Milano e mi invitò a cena, andammo in una modesta trattoria e mi espose, con voce calma e gli occhi lontani, come fosse sempre un po’ al di là del mondo, che la direzione mi voleva eccetera. Io mi diffusi lungamente sulle urgenze che avevamo a Milano e le molte ragioni per declinare l’offerta, ragioni che mi parevano molto militanti e persuasive. Lui aspettò che finissi poi proferì: Ascoltate. Io non invito a cena nessuno, sono avaro. Ho invitato voi perché i vostri compagni mi hanno detto che facevate delle obiezioni all’incarico. Vi ho spiegato perché la direzione ha deciso che veniate a Roma. Non fatemelo ripetere. Trovatevi a Roma a dicembre. Non aggiunse: è un ordine, non fece alcun numero speciale, era chiaro che non avrebbe ascoltato più nulla, era bell’e stufo. Io rimasi a bocca aperta. Potevo dire di no, e non sarebbe successa una catastrofe. Ma dicevo no a una proposta della direzione, alla segreteria, al partito. Ci pensai ancora due giorni e dissi si. Come tutti attendevano.
A dicembre del 1963 andavo a Roma. Mi avrebbero subito dopo fatta deputata per ragioni di rappresentanza e per pagare uno stipendio in meno. Io ero corsa in tutte le elezioni possibili e immaginabili, comune, provincia, e politiche come si usava allora, non in testa di lista dove stavano quelli che si volevano eleggere, ma dopo di essi e in ordine alfabetico, per far sapere ad amici e conoscenti: Ci sono anche io, votate il mio partito. Non faceva nessuna impressione non venire eletti, non ci si sentiva come si dice adesso trombato, rischio che oggi nessuno vuol correre come eminentemente indegno. Se qualcuno si azzardava a organizzarsi le preferenze da sé veniva duramente ripreso. Resto convinta  che era un sistema più pulito correre per la propria causa invece che per sé. Inoltre essere deputato per il Pci o per il Partito socialista era ben poco remunerativo: il partito si prendeva, quando non c’erano familiari a carico, la metà dell’appannaggio e a quel tempo ciò che restava corrispondeva al compenso di un funzionario del centro, qualcosa come un operaio specializzato –  nessuno si capacita, oggi, che i deputati fossero compensati così poco e i consiglieri comunali niente. E’ da quando la politica si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti.
(…) Giancarlo (Pajetta, ndr) viveva davvero da povero, a quel tempo nei pressi d’una marrana alla periferia di Roma. Non credo sia mai stato in vacanza se non invitato dai partiti fratelli. Veniva spesso a Milano dov’era quel che gli restava come famiglia, i figli –  prima di incontrare Miriam Mafai credo che non si sia mai sentito in coppia, accudito e un poco ridimensionato come succede quando non si è soli. Che cosa fosse la solitudine Giancarlo Pajetta deve averlo molto saputo. Non che gli mancassero amori e seduzioni, prendeva in giro i fedeli Amendola e Ingrao, era un gallo come la maggior parte degli uomini a quel tempo, ma dopo la morte della amata mamma Elvira era un randagio.
Lo trovai la sera del 24 dicembre a Milano, mentre rientravo a casa in fretta dalle spese natalizie, quell’anno o quello prima, vagante per le strade semideserte della vigilia. Dove vai? Cerco una trattoria. Come, una trattoria? Perché no? Tu sei una che fa il Natale come vuole la chiesa? Giancarlo era caustico, più era malandato più frecciate scoccava. Lo conoscevo abbastanza  da non farmi provocare. Aspetta un momento. Telefonai a Rodolfo: C’è Pajetta che è solo come un cane, lo porto su^ Be’, rise, portalo. Fu davvero uno strano Natale, perché dopo le solite conversazioni su questo e quello Giancarlo, che s’era come lasciato andare nel’atmosfera tiepida di noi tre, uscì con le sue visioni più distruttive delle cose. Questo non andava, quell’altro era un cretino, e in ogni caso l’essenziale del partito era perduto. Mi ero stufata di sentire dire cose simili dai dirigenti, magari amichevoli sul piano personale, che usavano tutto il loro potere per frenare noi giovani leoni. “Se la pensi così perché non lasci, non ti togli di mezzo? Perché difendi sempre quel che è, e impedisci a noi di cambiare?”. Il noi era inequivocabile, i giovani di Milano, i sindacalisti di Torino e sullo sfondo, a Roma, Ingrao. “Perché rovinereste il poco che resta”. E aggiunse con amarezza, come faceva sempre più spesso, che vivere aveva ben poco senso. “Dovrei finirla. Ormai è andata”. Mi alzai, avevo le finestre alte sul giardino del Poldi Pezzoli, ne aprii una e gli dissi: “Buttati. O ti butti adesso o non farmi mai più questo numero”. Stupì per un attimo: ” Tu non me lo impediresti?” “No. Va’ o finiscila”. Devo aver aggiunto con malvagità che era un bellissimo giardino per sfracellarvisi. Incassò e non ne facemmo un dramma.”

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