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Ieri ho visto questo documentario, al Teatro Valle.

Vorrei dire due cose:

1) Mi piacerebbe abitare in un paese dove chi ha la sensibilità e la capacità tecnica degli autori, dei produttori e dei soggetti del documentario ricevano un sostegno dallo Stato per continuare a fare quello che fanno. Perché ieri ho visto (e imparato) qualcosa di nuovo e di bello, sul teatro, sulla cultura e sulla vita – e di questi tempi non capita frequentemente.
Credo sia lo Stato a doversi preoccupare di sostenere la cultura e la crescita civica e culturale dei cittadini. Non sopporto l’idea che persone come Clarissa, Emma o Giorgio non siano sostenuti dalle tasse che pago e dalla comunità civica a cui appartengo.

2) Il documentario è molto più bello, più interessante, più denso di bellissimi contenuti di quanto non lo sia il trailer.

Cercatelo e vedetelo!

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Mia madre, campionessa olimpionica di crisi isterica, torna a Roma per un periodo-finestra di qualche mese prima di partire di nuovo alla volta di chissà quale nazione. Per quel che riguarda me, gli spazi all’interno dell’appartamento sembr…ano restringersi improvvisamente. In compenso c’è qualcuno che cucina tutti i giorni e senza che le venga domandato. “Giulio, vai a vivere da solo, come fai a stare con tua madre a 28 anni?” mi domandano in molti. Allora ci penso. E scopro che non ho i soldi per pagare un affitto e che al massimo finirei a fare il cameriere per affittare una stanza. Sì ok, ma dove? Temo in un quartiere modesto, tendente allo squallido. Affittare una stanza significa coabitare: nel mio caso immagino un pugliese fuoricorso che studia sociologia e russa come un grizzly. Allora mi domando: perché pagare per vivere in una stanzetta del Quadraro insieme a un fuoricorso dalla rinite letale quando posso restare a casa mia contando i giorni che mancano alla partenza di mia madre? È come una gara di apnea: il bisogno di indipendenza per ora l’ho messo in freezer. Tanto fra qualche mese lo scongelo.

Giulio Somazzi – A

viaSenza Titolo – Mia madre, campionessa olimpionica di crisi….

Cito quanto appena scritto dall’amico, compagno, Stella su Casa Pound. Inutile dire che condivido in pieno.

Si usano concetti delicati e dall’alto significato giuridico come se fossere bruscolini. Ma di che censura parli, ma di quale libertà di manifestazione del pensiero parli?
Manchi di ogni più elementare cognizione di diritto costituzionale, leggiti l’articolo 21, tutto, non solo il 1° co, vedrai che esistono circostanze nelle quali si può impedire la manifestazione del pensiero. Leggiti il codice penale, vedrai che ci sono i reati di diffamazione ed ingiuria. Leggiti la Costituzione alla XII disposizione transitoria. E leggiti qualche libro di storia, vai a Via Tasso, vai alle Fosse Ardeatine, parla con Rendina, con De Lazzari,con Terracina. Se vuoi ti accompagno.

Fatevi una passeggiata qui

Ho finito da qualche giorno di leggere “La ragazza del secolo scorso” della Rossanda.

Non so secondo quale filo conduttore, un po’ per volta, nei prossimi giorni ne pubblicherò alcuni passaggi.

Pagina 117.
“Nelle cellule di strada (per qualche anno ci furono) si scendeva la sera; nella memoria scendo sempre, perché presto le sedi che erano state fasciste restarono si e no alle dirigenze mentre, ma maggior parte venendo riconquistata da qualche proprietà, il Pci calava fortunosamente negli scantinati delle vecchie case popolari, quelle che a Milano costituirono una gran cintura dopo le case a ringhiera. Ci si accedeva dal cortile, la porta segnalata da una falce e martello o dell’annuncio dell’ultima riunione, e dopo qualche scalino si era tra le viscere dell’immobile, tubature da tutte le parti, muri ridipinti dal compagno imbianchino, due bandiere alle pareti e sul tavolo il drappo rosso che alla fine si piegava e metteva via. C’era gente, talvolta si faceva il pieno, qualcuno faceva l scale esitando per vedere com’erano i comunisti e si sedeva in fondo.
La relazione non era mai brevissima, partiva dallo stato del mondo anche se alle varie impelleva la bolletta del telefono. Si riferiva sugli eventi internaionali o del paese, e sempre di quel che aveva discusso e deciso una direzione o il comitato centrale. Si può sorridere delle approssimazione (lo “schematismo”), del passare di gradino in gradino dal centro del mondo allla periferia, al quartiere, dall’informazione alla direttiva, ma fu un’immensa acculturazione. Mobilitava i quadri e tutti coloro in grado di parlare , perché i funzionari e i giornalisti disponibili erano pochi rispetto al territorio da coprire nella metropoli a stella e nella sua grande provincia. Eravamo spediti in tram a Rogoredo o a piazzale Corvetto, ma il sabato era o domenica mattina venivamo stipati in sei o sette sulla giardinetta di uno di noi, che ci depositava uno per uno in provincia da un paese all’altro e aspettava con l’ultimo – ero spesso io – che finisse il comizio o la riunione per riprenderci su come i chicchi d’una collana e riportarci a Milano.
Era il partito pesante che si andò logorando negli anni settanta e ottanta e fu distrutto dalla svolta del 1989, una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra contro l’omologazione dei giornali, e della radio e della prima Tv, tutte di governo. Chi ricorda che fino al 1963 non un comunista parlò dai microfoni e davanti alle telecamere? Era un popolo che si unificava in nome d’una idea forse semplificata della società, fra dubitose domande e meno dubitose risposte; ma mentre ogni altra comunicazione spingeva a una privata medietà, il partito si sforzava fin ossessivamente a vedersi nel mondo e vedere il mondo attorno a sé. La sezione di Lambrate sentiva, a giornata di lavoro chiusa, quel che aveva detto Truman, quel che succedeva a Berlino, lo confrontava con quel che aveva colto a sprazzi dalla radio, sapeva dov’erano Seul o Portella della Ginestra – l’ignorante non era disprezzato, ma neppure adulato, era la borghesia a volerci ignoranti, l’imperialismo, i padroni. Osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti. Seguiva il dibattito. Non era mai un gran dibattito. Quando uno prendeva la parola per contestare – sempre da sinistra, il partito nuovo appariva concessivo – non solo dal tavolo del relatore scattava un riflesso di difesa della linea: tutto ma non dividere quell’embrione di altro paese, non tornare atomizzati nel quartiere, soli in fabbrica.
Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche mio nel dopoguerra. Poi c’erano i gruppi dirigenti, l’eletto del popolo al comune e alla Camera. Ma quelli del seminterrato, quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento configuravano una società altra dentro a questa. Nella quale i comunisti si volevano i più uguali e i più disciplinati, gli sfruttati e oppressi ma sicuri di capire più degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità e presunzione. E convinti di essere sempre un po’ al di sotto del loro proprio ideale e quindi moralisti, severi con gli altri e quella parte di sé che rischiava di essere l’altro. (…) Tuttavia chi veniva dal 1945 non lo confuse con una guerra né desiderò che lo diventasse. Non pensò che si affrontassero fascismo e antifascismo. Cerco di riaffermare la percezione di allora: i nemici di classe non ci erano umanamente alieni come i fascisti, ma politicamente inconciliabili. E infatti non li chiamavamo fascisti – questo divenne corrente dopo il 1968 – ma i padroni erano i padroni, i borghesi erano borghesi, il governo era avversario. E così fummo anche noi per loro: eravamo dentro l’arco costituzionale e determinanti nella Costituente, ma non un partito come un altro.”

Mio padre mi segnala oggi quest’articolo. Non avendolo letto, fortunatamente.

Già il titolo dice molto e, leggendo, la situazione peggiora notevolmente!

Si parla dei lati oscuri di Internet. Se ne parla purtroppo commettendo grossolani errori.

Si confonde lo strumento con l’utilizzo che se ne fa, peraltro citando pochi casi isolati ed evidentemente patologici, a prescindere da Internet o dallo sviluppo della tecnologie e dall’utilizzo che se ne fa.

Si mischiano problematiche diverse legate ad età diverse; si confonde l’uso eccessivo di internet delle varie fasce d’età con la frequentazione, da parte dei bambini, di siti porno o similia – problema serio, per la cui risoluzione, più che affidarsi ad una versione di XP modificata, la famiglia dovrebbe guidare, educare, responsabilizzare e proteggere il bambino; si citano dati talmente generici e perfetti a dimostrare le tesi dell’articolo (peraltro nulla più che un’instillazione generica di diffidenza verso lo strumento Internet), da essere davvero poco credibili; infine, come ciliegina sulla torta, si racconta di una finta clinica cinese che usava la tortura come terapia alla dipendenza da web, finita sotto processo, chiusa e arrestati tutti gli “operatori”.

La TV fa schifo, il televisore ormai a casa si usa solo per divx scaricati da Internet.

Il giornale lo leggo, spesso. Repubblica meno.

Dal sensazionalismo sarebbe meglio starne lontani, sempre.