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Sto andando a Roma, facendo come sempre la tiberina. In 4 km ho incrociato 3 posti di blocco della polizia, un fermo dellla municipale e 2 fermi dell’esercito. Ben contento che le forze dell’ordine facciano il proprio dovere…
Nell’ultimo, che ho avuto modo di veder meglio, c’erano due ragazzi con una lancia y fermati da 4 soldati sbarbatelli.
Gippone tipo hummer, mimetica, anfibi e mitragliatore.
Ma siamo in guerra?
Non è certo questo il genere di percezione della sicurezza che vorrei mi proponesse lo Stato. Anzi credo che la direzione da tenere sia l’opposto speculare.

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Riporto qui l’intervista a Uto Ughi di Sandro Cappelletto:

Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato – «fino alla fine, incredulo» – dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».

Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? «Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è “anche” un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro».

Come definire la sua musica? «Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi».

C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. «Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».

Che opinione ha di Allevi come esecutore? «In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».

Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. «Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui».

Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. «Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti».

Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio? «Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».

C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. «Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».

Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l’Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?» «Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l’Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze».

Cari tutti,
la questione è seria. Questo PD non va. Non ha mantenuto la promessa, quella di rinnovare la politica italiana.
Non è un partito nuovo. Ha riproposto le stesse dinamiche dei due vecchi partiti da cui proviene. Anche le primarie (quelle del 2007 e, ahimè, quelle dei giovani) sono state occasione di riprova di quanto è compromessa questa classe dirigente. Anche i giovani lo sono. Chi fa politica da qualche anno nella SG o nei giovani della margherita ha già imparato tutti i meccanismi e li ripropone anche nella fondazione della nuova organizzazione giovanile di un nuovo partito.
Che tristezza.
Sono un candidato all’assemblea regionale del lazio, eletto per giunta. Ne ho viste di tutti i colori.

Per accaparrarsi un posto nell’assemblea (nazionale o regionale che sia) si è arrivati a fare di tutto. In POCHISSIMI casi, e mi verrebbe da dire in nessun caso, si è fatto attenzione a coinvolgere nuovi ragazzi, ad entrare nelle università, nelle scuole, a cercare l’aiuto di realtà estranee alla politica partitica. 2 mesi di lavoro su queste primarie mi hanno tolto la speranza anche sulla prossima generazione. Se quelli impegnati in politica che ora hanno 25-30 anni sono così, rimpiango d’alema, fassino, bersani, veltroni. Almeno la loro generazione ha vissuto fasi della storia italiana e mondiale che possono aver formato la loro visione politica delle cose, meglio della mia generazione, cresciuta nell’agio totale degli anni 80-90 e nell’antipolitica degli ultimi anni.
Tornando al nostro PD, abbiamo alzato la posta, abbiamo detto che sarebbe stata una cosa nuova, che non saremmo più stati autoreferenziali, che non ci saremmo più concentrati su noi stessi, che saremmo tornati tra le gente, ad ascoltare, ad occuparci dei bisogni delle persone. Abbiamo alzato la posta. E abbiamo deluso le aspettative.
Penso che se c’è un’occasione per salvare l’ex sinistra italiana dobbiamo sfruttarla. Dobbiamo invertire completamente la rotta. Dobbiamo avere coraggio di prendere scelte, anche impopolari (siamo all’opposizione..). Dobbiamo intercettare i bisogni, rispondere con proposte concrete, cercare di recuperare la crisi dell’antipolitica. Grillo, fortunatamente aggiungo, sta andando giù. Probabilmente parte delle persone che l’hanno seguito ora aspettano, dopo la pars destruens, di potersi impegnare in qualcosa di positivo, la pars costruens. Potrebbe essere il PD.
Liberiamoci di chi ruba, di chi non sa amministrare, di chi non rappresenta l’elettorato, di chi non ha il coraggio di puntare in una RIVOLUZIONE della politica.
Dovremo avere il coraggio di portare fino in fondo queste azioni, senza lettere delle vecchiette, senza l’ecumenismo veltroniano, parlando alla testa, oltre che alla pancia.
O avremo questo coraggio o il PD, e insieme a lui tutta la sinistra dei prossimi 5-10 anni, colerà a picco.

L’imprenditore padrone della città con il pieno controllo su assunzioni, appalti e delibere
Non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa ma il contrario
Il sultano Romeo e i suoi vassalli
così Napoli si è inchinata agli affari
di GIUSEPPE D’AVANZO

NON C’È alcun “interesse pubblico” in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di “pubbliche funzioni” e di “pubblici poteri”, fosse deperita la più elementare nozione – e distrutta anche soltanto l’ombra – di “servizio al bene collettivo”. Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali – in questo “sistema” apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. “Dobbiamo parlare delle cose nostre…”. “Quella cosa nostra come sta andando…”. “C’interessano soltanto le cose nostre…”. “Dacci uno sguardo a quella cosa nostra…”.

Alfredo Romeo si autodefinisce “leader del mercato immobiliare”. Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, “lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale” di un “sistema” elementare, come un do ut des.

Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi “pupazzi” si preoccupano di farli approvare.

E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro “come in ogni harem che si rispetti”, esagerano i pubblici ministeri, per diventare “il favorito del sultano”.

Il “sultano”, chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora “denaro sonante”, ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo “strumento attuativo” dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.

E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.

Nugnes. “Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi… Lui si rende conto. Dice: “Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma”. Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento”.

Romeo. “Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli… e lui spesso mi ha detto: “Dobbiamo parlare con Francesco””.

Nugnes. “… Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?”.

Romeo. “Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa…”.

Il “sultano” dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito “un “giovane di qualità” che lo stava “aiutando” su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato “disponibile” nei suoi confronti”. E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte “il sultano”. Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.

Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: “Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio…”. Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo.

Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. “Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)…”. Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda “i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)…”. Gli annuncia le mosse di Fini: “… viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto…”. Romeo, dopo, lo lusinga: “… Fini ha fatto un figurone enorme…”. Bocchino: “Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar…”.

Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il “sultano” lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle “cose loro”, anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il “sultano” vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.

Romeo. “Mi hai bruciato il congresso a Firenze… mi hai bruciato il congresso a Bari… tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti… mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)”.

Lusetti. “Con i Ds hai più fortuna… hai capito che i Ds sono più bravi di noi…”.

Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su “una questione di vita o di morte”. La “Romeo Gestioni” ha una controversia con la “Manital” per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.

Lusetti. “C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?”.

“Conversazioni di questo tipo – scrivono i pubblici ministeri – lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo” perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della “Romeo Gestioni” la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della “Manital” annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.

Romeo chiede a Lusetti anche di “metter a posto” chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de il Riformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo (“… mi hanno escluso perché c’era un suo amico… hanno fatto un po’ una pastetta”).

Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. “Se vuoi blocco tutto, eh!”.

Romeo. “No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!”.

Scrivono i pubblici ministeri che “il “sistema” è così drogato” che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati “a misura” delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo “al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari”.

Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore “all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura”.

Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.

Gambale. “… ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento…”.

Romeo. “Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti…”.

Gambale. “… Ma quella è scema completa. Non si rende contro…”.

Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.

Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e – boccone ghiotto – Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.

Gambale. “Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia…”

Romeo. “Che incarico ha, questo qui”.

Gambale. “Tranquillo, va bene… E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)…”.

Romeo. “Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio…”.

Romeo non si fida. Vuole che sia il “grande vecchio” a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.

Gambale. “E’ stato gradito…”.

Romeo. “Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione…”.

“Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli”, è la conclusione del pubblico ministero. Il “sultano” aveva già avuto simbolicamente “le chiavi della città” da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.