Per questo capodanno ci siam scelti 4 vini, ma alla fine ne abbiamo bevuti solo 3.

Gli antipasti sono iniziati con un ex Cartizze, ora chiamato Valdobbiadene Prosecco Superiore – Millesimato – De Vina Marsura. Mi è piaciuto molto, anche se si commentava a tavola che quando si chiamava Cartizze, vuoi per la suggestione, era diverso. Forse più buono.

 

La lasagna bolognese DOC accompagnata da un Lagrein Vallagarina 2007 – Spagnolli. L’abbiamo aperto alle 10 di mattina, lasciato ossigenare tutto il giorno.

Lagrein Vallagarina 2007 - Spagnolli

 

L’agnello in fricassea e la misticanza romana ripassata con un Trentino Marzemino 2007 – Spagnolli. Anche lui ha avuto il necessario tempo di decantazione e ossigenazione.

Trentino Marzemino 2007 - Spagnolli

Il quarto, che ho rimesso in cantina, era un Recioto della Valpolicella 2003 – Domìni Veneti. Già assaggiato qualche giorno fa con un paté de foie gras. Per quanto dicano sia troppo in là con gli anni, la bottiglia che ho aperto era buonissima.

Recioto della Valpolicella 2003 - Domìni Veneti

Ieri ho visto questo documentario, al Teatro Valle.

Vorrei dire due cose:

1) Mi piacerebbe abitare in un paese dove chi ha la sensibilità e la capacità tecnica degli autori, dei produttori e dei soggetti del documentario ricevano un sostegno dallo Stato per continuare a fare quello che fanno. Perché ieri ho visto (e imparato) qualcosa di nuovo e di bello, sul teatro, sulla cultura e sulla vita – e di questi tempi non capita frequentemente.
Credo sia lo Stato a doversi preoccupare di sostenere la cultura e la crescita civica e culturale dei cittadini. Non sopporto l’idea che persone come Clarissa, Emma o Giorgio non siano sostenuti dalle tasse che pago e dalla comunità civica a cui appartengo.

2) Il documentario è molto più bello, più interessante, più denso di bellissimi contenuti di quanto non lo sia il trailer.

Cercatelo e vedetelo!

Gentile Goffredo Fofi,
non sono un fan della cultura usa, né del primato del mercato. Al contrario mi ritengo critico verso la subalternità culturale che la saggia e vecchia Europa continua a dimostrare verso i modelli culturali imposti dalle fiction statunitense. Preferirei vivere in una società non governata dal profitto, ma da valori come la cultura, l’uguaglianza sociale, l’umanesimo. Per intenderci, sono uno di quelli che non guarda più la tv, perché nauseato e ormai incapace di reagire ai tempi imposti dai ritmi degli spot pubblicitari.
Trovo però il suo articolo facilmente criticabile, forse un po’ superficiale. La inaspettata reazione alla morte di Jobs è stata indubbiamente dettata da anni e anni di marketing Apple e dal rincoglionimento virale che i social media certe volte amplificano.
Al netto di questo, rimane la “rivoluzione permanente” che Apple ha perpetrato negli ultimi 20 anni. Le grigie e tecnocratiche tecnologie informatiche -complici dell’alienazione di più generazioni- nulla hanno a che fare con il tentativo -riuscito- di Apple di rendere funzionali e accessibili le grandi invenzioni tecnologiche degli ultimi 20 anni. Si dice che questa è l’epoca dello sfrenato sviluppo tecnologico a discapito dello sviluppo delle arti e delle scienze umane e -ahimè- lo condivido. La Apple, tra tutte le grandi software house che hanno dominato il mercato in questi anni, è l’unica che abbia messo sempre l’essere umano al centro. Il metodo Apple -e forse il motivo del suo grande successo- è improntato allo sviluppo delle tecnologie in funzione delle esigenze dell’uomo. Scrivere un testo, accedere alle informazioni contenute nella rete Internet, leggere ed inviare una email ad un amico.
Ad esempio, SJ ha sollevato migliaia di futuri utilizzatori dei tablet dall’imparare ad usare il mouse, oggetto assolutamente innaturale; proprio di un periodo di transizione, in cui la tecnologia -ancora preistorica- non è in grado di adattarsi alla naturalità dell’uomo. Comunica con esso attraverso farraginosi meccanismi e linguaggi incomprensibili. La transizione è ancora in corso e forse durerà ancora un bel po’.

Se la sua critica fosse alla società dell’informazione, mi troveresti abbastanza d’accordo. Criticare il mezzo o lo strumento, invece, ritengo sia un errore. La questione è la cultura, la consapevolezza e l’autonomia intellettuale del soggetto che utilizza lo strumento. Questa società -di nuovo d’accordo- insegna ad ognuno di noi a deresponsabilizzarci, a non pensare autonomamente, a preferire l’omologazione alla diversità. E Steve Jobs non può essere additato come interprete di questa cultura.

Detto questo, Apple è una multinazionale americana. E il successo di una società multinazionale si fonda sul profitto, assicurato da tanto marketing e ancor più flusso di cassa. Per eccellere, i tasti da premere sono quelli del consumismo compulsivo, dell’attaccamento morboso al marchio, del “cool” e del “cult”. Apple ha saputo premerli meglio di tanti altri, interpretando perfettamente il sogno americano.
Ma non è per questo che tanti di noi sono affezionati al marchio e al suo creatore, oltre che utilizzatori affiatati dei suoi prodotti.
Per dirla tutta, la mia dimensione etica e politica non ha mai riposto in Apple, né in nessuna grande espressione del mercato, alcuna aspettativa. Le riservo piuttosto nell’interpretazione critica dei fatti, nello sviluppo autonomo del pensiero, nel piacere di ragionare.
Ringrazio Apple perché mi permette, ogni giorno, di usare un iPad per scrivere ad un amico lontano, leggere un giornale o scrivere un commento inutilmente estremo e polemico.

Un ottimo pinot grigio, di una cantina alsaziana che si impegna per il vino naturale.

Me la sono gustata grazie al consiglio dell’amico Francesco Romanazzi, all’Enoteca Bulzoni.

 

 


La casa vinicola Taverna negli anni si è costruita un nome nella sua zona: Nova Siri, sulla costa Jonica della Basilicata.
Ormai da anni facciamo scorta annuale del pinot e soprattutto dell’ottimo greco di tufo.
Il moscato secco, dry muscat, è uno strano prodotto e, non avendo mai bevuto nulla di simile, ho approcciato con curiosità ma anche con un pizzico di pregiudizio.. Che vuol dire moscato secco??
Ieri sera abbiamo gustato quest’ottimo bianco, da pasteggio, profumato, leggero ma abbastanza consistente. A me è piaciuto molto, e anche ai commensali, mi è parso.
Il prezzo, se ricordo bene, non è bassissimo: forse 5 o 6 euro al produttore.
In ogni caso ne vale la pena!

Si parla dell’impresa di famiglia, la Olivetti del 1948.
“L’idea di Adriano è di passare alla un primo nucleo di azioni per attribuirle poi gradatamente il controllo dell’azienda. […] la gestione sarà poi affidata ai rappresentanti dei lavoratori, degli enti locali, di istituzioni universitarie e culturali. I profitti non saranno destinati soltanto a migliorare le provvidenze per i dipendenti ma verranno anche investite in opere e iniziative di pubblica utilità nel territorio. […] la fabbrica è proprietà comune e solidale con l’ambiente. Il punto d’approdo più suggestivo del socialismo di Adriano, quello dove il capitalista si espropri dei propri mezzi per rinascere, se ne ha le qualità, come manager e leader naturale.”

Adriano Olivetti – Valerio Ochetto – Marsilio.