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Pagina 291.
“In ogni caso mai una figura venne costruita come la sua (Si parla dell’investitura di Berlinguer dopo Togliatti, ndr). Parrà strano di questi tempi, ma contro ogni sua personalizzazione il Pci era molto rigido: di regola tutte le immagini degli individui si evitavano. Il primo manifesto con il volto di Togliatti uscì nel 1963 quando la sera avrebbe parlato in televisione. Non era questione che un comizio di Terracini o nessun altro fosse annunciato da manifesti con la relativa faccia, e quando le facce furono tirate fuori di forza dalla Tv, si alternarono molto – ognuno era il partito. Si distinguevano sul video Pajetta e Luigi Pintor per la capacità di battuta folgorante. Nelle campagne elettorali nessuno faceva per sé, chi lo avesse tentato sarebbe stato rampognato e fin buttato fuori. Questo mettere in avanti soltanto il partito, il simbolo, appare oggi un fare burocratico e astratto, ma fu il solo in grado di risparmiare intrighi, vanità e delusioni. Chiunque avesse un minimo di ascolto andava in una lista elettorale sapendo di non essere eletto, e non gli faceva né caldo né freddo. Allora il cursus honorum era diverso, fra selezione e cooptazione, non sorprendeva, maturava. Come a scuola, dovevi aver passato gli esami.”

Gli altri episodi.

Pagina 252.
“Alla fine del 1962 fui chiamata a Roma a dirigere gli intellettuali o la sezione culturale o come si chiamava. Ero richiesta dal centro o proposta da una federazione che mi vedeva con favore fuori dalle scatole? Non lo so.  (…) Qualche dubbio deve esserci stato nell’affidarmi il lavoro culturale; io non venivo dalla scuola dei Sereni, Alicata, in parte Natta e non lo avevo mai nascosto. Deve essere stata una messa in proba della milanese, pianta estranea nel classico orto meridionale. Avevo una quantità di rapporti, al partito questo giovava, poi si sarebbe visto. Io mi offuscai molto sentendomelo proporre. Avevo appena preso la responsabilità degli enti locali, voleva dire occuparmi dei molti comuni della provincia che eranp nostri e dei moltissimi non nostri, tutti sfondati dalla crescita della metropoli.  (…) Insomma non avevo voglia di ficcarmi nella capitale. Sicché quando insisterono, e Alicata non mancò di sottolineare con enfasi che non avrei preso nientemeno che il suo posto, nicchiai. Dopo qualche giorno Longo venne a Milano e mi invitò a cena, andammo in una modesta trattoria e mi espose, con voce calma e gli occhi lontani, come fosse sempre un po’ al di là del mondo, che la direzione mi voleva eccetera. Io mi diffusi lungamente sulle urgenze che avevamo a Milano e le molte ragioni per declinare l’offerta, ragioni che mi parevano molto militanti e persuasive. Lui aspettò che finissi poi proferì: Ascoltate. Io non invito a cena nessuno, sono avaro. Ho invitato voi perché i vostri compagni mi hanno detto che facevate delle obiezioni all’incarico. Vi ho spiegato perché la direzione ha deciso che veniate a Roma. Non fatemelo ripetere. Trovatevi a Roma a dicembre. Non aggiunse: è un ordine, non fece alcun numero speciale, era chiaro che non avrebbe ascoltato più nulla, era bell’e stufo. Io rimasi a bocca aperta. Potevo dire di no, e non sarebbe successa una catastrofe. Ma dicevo no a una proposta della direzione, alla segreteria, al partito. Ci pensai ancora due giorni e dissi si. Come tutti attendevano.
A dicembre del 1963 andavo a Roma. Mi avrebbero subito dopo fatta deputata per ragioni di rappresentanza e per pagare uno stipendio in meno. Io ero corsa in tutte le elezioni possibili e immaginabili, comune, provincia, e politiche come si usava allora, non in testa di lista dove stavano quelli che si volevano eleggere, ma dopo di essi e in ordine alfabetico, per far sapere ad amici e conoscenti: Ci sono anche io, votate il mio partito. Non faceva nessuna impressione non venire eletti, non ci si sentiva come si dice adesso trombato, rischio che oggi nessuno vuol correre come eminentemente indegno. Se qualcuno si azzardava a organizzarsi le preferenze da sé veniva duramente ripreso. Resto convinta  che era un sistema più pulito correre per la propria causa invece che per sé. Inoltre essere deputato per il Pci o per il Partito socialista era ben poco remunerativo: il partito si prendeva, quando non c’erano familiari a carico, la metà dell’appannaggio e a quel tempo ciò che restava corrispondeva al compenso di un funzionario del centro, qualcosa come un operaio specializzato –  nessuno si capacita, oggi, che i deputati fossero compensati così poco e i consiglieri comunali niente. E’ da quando la politica si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti.
(…) Giancarlo (Pajetta, ndr) viveva davvero da povero, a quel tempo nei pressi d’una marrana alla periferia di Roma. Non credo sia mai stato in vacanza se non invitato dai partiti fratelli. Veniva spesso a Milano dov’era quel che gli restava come famiglia, i figli –  prima di incontrare Miriam Mafai credo che non si sia mai sentito in coppia, accudito e un poco ridimensionato come succede quando non si è soli. Che cosa fosse la solitudine Giancarlo Pajetta deve averlo molto saputo. Non che gli mancassero amori e seduzioni, prendeva in giro i fedeli Amendola e Ingrao, era un gallo come la maggior parte degli uomini a quel tempo, ma dopo la morte della amata mamma Elvira era un randagio.
Lo trovai la sera del 24 dicembre a Milano, mentre rientravo a casa in fretta dalle spese natalizie, quell’anno o quello prima, vagante per le strade semideserte della vigilia. Dove vai? Cerco una trattoria. Come, una trattoria? Perché no? Tu sei una che fa il Natale come vuole la chiesa? Giancarlo era caustico, più era malandato più frecciate scoccava. Lo conoscevo abbastanza  da non farmi provocare. Aspetta un momento. Telefonai a Rodolfo: C’è Pajetta che è solo come un cane, lo porto su^ Be’, rise, portalo. Fu davvero uno strano Natale, perché dopo le solite conversazioni su questo e quello Giancarlo, che s’era come lasciato andare nel’atmosfera tiepida di noi tre, uscì con le sue visioni più distruttive delle cose. Questo non andava, quell’altro era un cretino, e in ogni caso l’essenziale del partito era perduto. Mi ero stufata di sentire dire cose simili dai dirigenti, magari amichevoli sul piano personale, che usavano tutto il loro potere per frenare noi giovani leoni. “Se la pensi così perché non lasci, non ti togli di mezzo? Perché difendi sempre quel che è, e impedisci a noi di cambiare?”. Il noi era inequivocabile, i giovani di Milano, i sindacalisti di Torino e sullo sfondo, a Roma, Ingrao. “Perché rovinereste il poco che resta”. E aggiunse con amarezza, come faceva sempre più spesso, che vivere aveva ben poco senso. “Dovrei finirla. Ormai è andata”. Mi alzai, avevo le finestre alte sul giardino del Poldi Pezzoli, ne aprii una e gli dissi: “Buttati. O ti butti adesso o non farmi mai più questo numero”. Stupì per un attimo: ” Tu non me lo impediresti?” “No. Va’ o finiscila”. Devo aver aggiunto con malvagità che era un bellissimo giardino per sfracellarvisi. Incassò e non ne facemmo un dramma.”

Pagina 226.
“Togliatti era cortese, conversevole e lontano, con voce uguale e sorriso breve, lo sguardo acuto. Se un pezzo gli era piaciuto prendeva la penna e mandava due righe in inchiostro verde e la scrittura chiara (si parla delle riunioni di redazione di Rinascita, ndr). Quanto lo avrei criticato negli anni settanta lo rivaluto oggi, una volta accettato che il suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti ma garantire la legittimità del conflitto. Non so se fosse arrivato a pensare che era la condizione in assoluto migliore in occidente, o se al presente non si potesse fare altro. Propendo per la prima ipotesi, il nostro avanzare e mutare il paesaggio politico senza lacerazione e tragedie a lui, a cavallo fra l’Urss degli anni trenta e l’Italia del dopoguerra, non doveva parere una disgrazia.”

Essere comunisti ep. 1.

Essere comunisti ep. 2.

Pagina 224.
“Al comitato centrale si veniva non eletti ma cooptati, la rosa dei candidati si formava su base cittadina, intersecava quella regionale e doveva combinarsi con quella nazionale: del resto, come avrebbe potuto una federazione eleggere di suo uno che magari era un personaggio nazionale ma non si vedeva mai in sezione? La democrazia delegata è siffatta. La rappresentanza è una macchina complicata o non è, inutile girarci attorno. Perfino il dissidente, appena si intuirono i vantaggi della tolleranza repressiva, fruì nel Pci d’una sorta di delega, parlava con la benedizione dei vertici e poi usciva di scena: successe a Bertini, un operaio intelligente, all’VIII congresso. Si brillava per venti minuti e poi si spariva come una cometa nel buio.”

Essere comunisti ep. 1.

Ho finito da qualche giorno di leggere “La ragazza del secolo scorso” della Rossanda.

Non so secondo quale filo conduttore, un po’ per volta, nei prossimi giorni ne pubblicherò alcuni passaggi.

Pagina 117.
“Nelle cellule di strada (per qualche anno ci furono) si scendeva la sera; nella memoria scendo sempre, perché presto le sedi che erano state fasciste restarono si e no alle dirigenze mentre, ma maggior parte venendo riconquistata da qualche proprietà, il Pci calava fortunosamente negli scantinati delle vecchie case popolari, quelle che a Milano costituirono una gran cintura dopo le case a ringhiera. Ci si accedeva dal cortile, la porta segnalata da una falce e martello o dell’annuncio dell’ultima riunione, e dopo qualche scalino si era tra le viscere dell’immobile, tubature da tutte le parti, muri ridipinti dal compagno imbianchino, due bandiere alle pareti e sul tavolo il drappo rosso che alla fine si piegava e metteva via. C’era gente, talvolta si faceva il pieno, qualcuno faceva l scale esitando per vedere com’erano i comunisti e si sedeva in fondo.
La relazione non era mai brevissima, partiva dallo stato del mondo anche se alle varie impelleva la bolletta del telefono. Si riferiva sugli eventi internaionali o del paese, e sempre di quel che aveva discusso e deciso una direzione o il comitato centrale. Si può sorridere delle approssimazione (lo “schematismo”), del passare di gradino in gradino dal centro del mondo allla periferia, al quartiere, dall’informazione alla direttiva, ma fu un’immensa acculturazione. Mobilitava i quadri e tutti coloro in grado di parlare , perché i funzionari e i giornalisti disponibili erano pochi rispetto al territorio da coprire nella metropoli a stella e nella sua grande provincia. Eravamo spediti in tram a Rogoredo o a piazzale Corvetto, ma il sabato era o domenica mattina venivamo stipati in sei o sette sulla giardinetta di uno di noi, che ci depositava uno per uno in provincia da un paese all’altro e aspettava con l’ultimo – ero spesso io – che finisse il comizio o la riunione per riprenderci su come i chicchi d’una collana e riportarci a Milano.
Era il partito pesante che si andò logorando negli anni settanta e ottanta e fu distrutto dalla svolta del 1989, una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra contro l’omologazione dei giornali, e della radio e della prima Tv, tutte di governo. Chi ricorda che fino al 1963 non un comunista parlò dai microfoni e davanti alle telecamere? Era un popolo che si unificava in nome d’una idea forse semplificata della società, fra dubitose domande e meno dubitose risposte; ma mentre ogni altra comunicazione spingeva a una privata medietà, il partito si sforzava fin ossessivamente a vedersi nel mondo e vedere il mondo attorno a sé. La sezione di Lambrate sentiva, a giornata di lavoro chiusa, quel che aveva detto Truman, quel che succedeva a Berlino, lo confrontava con quel che aveva colto a sprazzi dalla radio, sapeva dov’erano Seul o Portella della Ginestra – l’ignorante non era disprezzato, ma neppure adulato, era la borghesia a volerci ignoranti, l’imperialismo, i padroni. Osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti. Seguiva il dibattito. Non era mai un gran dibattito. Quando uno prendeva la parola per contestare – sempre da sinistra, il partito nuovo appariva concessivo – non solo dal tavolo del relatore scattava un riflesso di difesa della linea: tutto ma non dividere quell’embrione di altro paese, non tornare atomizzati nel quartiere, soli in fabbrica.
Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche mio nel dopoguerra. Poi c’erano i gruppi dirigenti, l’eletto del popolo al comune e alla Camera. Ma quelli del seminterrato, quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento configuravano una società altra dentro a questa. Nella quale i comunisti si volevano i più uguali e i più disciplinati, gli sfruttati e oppressi ma sicuri di capire più degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità e presunzione. E convinti di essere sempre un po’ al di sotto del loro proprio ideale e quindi moralisti, severi con gli altri e quella parte di sé che rischiava di essere l’altro. (…) Tuttavia chi veniva dal 1945 non lo confuse con una guerra né desiderò che lo diventasse. Non pensò che si affrontassero fascismo e antifascismo. Cerco di riaffermare la percezione di allora: i nemici di classe non ci erano umanamente alieni come i fascisti, ma politicamente inconciliabili. E infatti non li chiamavamo fascisti – questo divenne corrente dopo il 1968 – ma i padroni erano i padroni, i borghesi erano borghesi, il governo era avversario. E così fummo anche noi per loro: eravamo dentro l’arco costituzionale e determinanti nella Costituente, ma non un partito come un altro.”