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Bersani non potrei votarlo. E Franceschini nemmeno. Per esempio perché girava voce prima dell’estate che Franco Marini e Massimo D’Alema stessero cercando un accordo per la segreteria (Franceschini segretario e D’Alema presidente).
O perché sia Pigi che Dario hanno accettato la proposta di Scalfari, che riflette una pessima considerazione delle regole democratiche.
O perché prevedo, purtroppo, una gestione post primarie (sempre che nessuno raggiunga il 50%) all’insegna della “gestione unitaria”, “dell’accordo” e mai incentrata sull’elaborazione di un progetto, condiviso, per il PD.
Se nessun candidato verrà eletto domani, vorrei che alla convenzione nazionale si parlasse di programma, di posizioni chiare, di futuro del PD. Non solo di leader o di correnti.
Non voterò né Franceschini, né Bersani perché sono sicuro che Marino si comporterà in modo diverso.
Prenderà delle posizioni chiare su cui eventualmente aggregare consenso, non cercherà accordi tattici e davvero obbligherà gli altri due – così come ha fatto con la discussione congressuale – a gestire il partito in modo trasparente.
Voto Marino perché voglio cambiare il PD, per cambiare l’Italia.

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Non vi tedierò con l’analisi dei 3 candidati e delle 3 mozioni, sarebbe inutile e, cercando su Internet, ne troverete di ottima qualità.
Piuttosto vorrei, partigianamente, argomentarvi la mia scelta: Ignazio Marino.
La mozione Marino risponde a 2 urgenze irrimandabili del Partito Democratico: radicamento e identità.

Il PD ha dato, in questi due anni, il colpo di grazia al radicamento sul territorio già quasi inesistente di DS e Margherita. Finita l’esperienza del PCI si è deciso che le piazze, i condomini e le sezioni non fossero più i luoghi adatti per entrare in contatto con la società. Alla TV e agli altri mass media è stato delegato il ruolo esclusivo di rappresentare la politica. I risultati di questa operazione sono evidenti: Berlusconi incontrastabile e un partito, il PD, totalmente scollato dalla società.

Al contrario il Partito Democratico deve puntare sul contatto diretto con le persone. Per raccogliere istanze, per sintetizzare esigenze e trovare soluzioni, per essere (come dovrebbe ogni partito) il raccordo tra cittadino e istituzione. I cittadini devono ritrovare nelle sezioni territoriali un punto di riferimento per denunciare un diritto leso, per approfondire un tema, per discutere e confrontarsi sulla politica di questo paese.
La nostra è una società disgregata, le sezioni di partito (fa un po’ vetero ma io ci credo molto) possono essere un avamposto di aggregazione sociale, di qualità.

Sia Bersani che Franceschini criticano la passate gestione del PD – concordo: è assurdo che anche Franceschini sia critico… – e danno soluzioni teoriche interessanti quanto antitetiche.

La grande responsabilità di entrambi però è non aver rotto con la logica correntizia. Queste due mozioni sono correnti, composte a loro volta da sotto correnti. E le correnti non corrispondono ad altrettanti modi di vedere la società, non rappresentano sensibilità politiche differenti ma sono sempre e solo filiere di comando, parallele al partito, che tendono a sostituirlo ed indebolirlo.

La mozione Marino risponde molto chiaramente: l’unica corrente che vogliamo è quella dei circoli. I territori, gli iscritti e gli elettori al centro.
Un metodo rivoluzionario per questo Partito, scontato per un partito sano.

Il secondo tema è l’identità. Il Partito Democratico – che non comunista, non è socialista, non è socialdemocratico – non ha costruito un’identità. I grandi partiti del 900 avevano l’ideologia a caratterizzarli. Il Partito Democratico no.

A mio avviso il PD deve caratterizzarsi su posizioni politiche chiare e concrete. Sulle soluzioni a problemi reali. Su una lettura definita, quotidiana e strategica, della società in cui viviamo.

Sui temi economici, civili, sociali, ambientali o sulla scuola, sull’università, sulla politica estera cosa pensa il PD? Qual è l’analisi e quali le soluzioni?

Anche se tentativi ce ne sono stati, il PD non è riuscito a offrire risposte a queste domande.
Marino ci ha provato. Con umiltà e per quanto sia possibile in una mozione congressuale, ci ha provato. Ha preso delle posizioni chiare su temi forti: si al contratto unico, al salario minimo garantito, al reddito di solidarietà; no al nucleare; no ai respingimenti e si a regole chiare per l’immigrazione; si alle unioni civili, si al testamento biologico. E, ancora, si al diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia, si all’energia rinnovabile, si alle pari opportunità e al merito, si al rapporto diretto tra elettori ed eletti con primarie e collegi uninominali.
Su questi temi si può essere d’accordo o meno, ma di sicuro scegliere è l’unico modo per creare un’identità.
Le altre due mozioni sono vaghe – quando non contraddittorie – su molti temi e, soprattutto, sono impossibilitate a prendere posizioni chiare perché al loro interno hanno esponenti che non sono d’accordo su molte cose. Mercato del lavoro, nucleare, diritti civili, immigrazione, legge elettorale sono alcuni dei temi su cui né Franceschini né Bersani sono in grado di esprimere una posizione chiara.

Mai, da tanto tempo a questa parte, sono stato così convinto di una scelta congressuale. Ignazio Marino incarna la possibilità di riformare la politica italiana.

Non andrò oltre, salvo consigliarvi di vedere i video che trovate qui sotto. Espongono le posizioni della Mozione Marino sui principali temi politici; posizioni chiare e semplici, su cui essere d’accordo o meno.

Il 25 Ottobre votate e fate votare Ignazio Marino, è ora di cambiare!








Non ce l’ho con lui. Mi è simpatico. Per essere rappresentante del mondo cattolico moderato, mi pare sia un personaggio positivo e coraggioso.

 

Dirò alcune cose ora in risposta a miei interrogativi, interventi di amici, proposte di soluzioni per il PD in agonia. Non pretendo di aver inventato niente, né di avere ragione. Tutti dicono la propria, io dico la mia.

 

Comincio smontando.

 

C’è chi dice: servono i contenuti, le idee, le ideologie. La mia opinione è che in questa fase  la ricostruzione di un tessuto ideale, di modelli teorici di riferimento non sia sufficiente a ricostruire l’identità della sinistra. Il momento impone fermezza, governance. Al popolo della sinistra serve un punto di riferimento!! Per costruire le ideologie ci vogliono degli anni! E nel frattempo?

E poi c’è un altro tema: il berslusconismo. Ormai è culturalmente egemone. La verità è che la televisione commerciale ha formato generazioni intere di italiani “berlusconiani”. Anche chi vota a sinistra, anche il pd per alcuni aspetti è berlusconiano. È pericoloso pensare che sul piano culturale la sinistra possa vincere sul berlusconismo. Almeno non nel breve-medio periodo. Nel breve poi purtroppo non vedo chi possa elaborarle queste idee, libero da patronati politici. E non vedo nemmeno un partito in grado di recepirle queste idee, è troppo preso dalle spartizioni, dalle lotte di potere. 

No, solo le idee non bastano.

 

E se è vero che le idee non bastano, la risposta naturale è: serve un leader!

No. Non serve un leader. Un leader da solo non ce la farà. Basta fare qualche esempio. D’Alema, che di governance (diciamo cosi, va…) se ne intende, ha provato a fare il partito del presidente, ha provato a sostituirsi (con il suo staff) ai dirigenti DS. La fine che ha fatto è nota. Veltroni, 10 anni dopo, ha fatto la stessa operazione. Con il suo stile, con il veltronismo e la direzione nazionale, invece che con lo staff. Ma il concetto è simile: io, io, io. Questo PD, che è un partito dalla classe dirigente incancrenita e in guerra continua al suo interno, ha scientificamente e continuamente eroso la leadership. Veltroni senza le varie correnti e correntine avrebbe potuto, forse, decidere/fare qualcosa! Di Prodi non ne parlo, mi viene troppa tristezza. 

La classe dirigente (parlamentari e i politicanti vari, nazionali e locali) non ci sta, non ci può stare, a lasciare tutta la scena al leader. È impensabile.

La sensazione, guardando questi 2 semplici esempi, è che un altro (ancor più uno come Bersani) finirebbe nello stesso modo!

Un leader, solo, non ce la può fare.

 

Si parla poi di ricambio. L’opinione ormai diffusa e condivisa è: non serve un ricambio anagrafico. Tendenzialmente l’affermazione viene declinata poi con due significati: “non abbiamo bisogno della veltroniana Madia” o “l’esperienza non è un gioco, un partito o il governo di una nazione non si può lasciare a persone di poca esperienza”. Dico alcune cose, schematicamente:

  • l’attuale classe dirigente (sinistra, pd, riformisti o non lo so) ha evidentemente fallito. Si occupa principalmente della propria autoconservazione e ciò che doveva dirigere ha collassato ormai irrimediabilmente.
  • Se è vero che è stata perdente, è anche vero che però che si parla di una generazione che ha vissuto momenti importanti del nostro paese, quanto meno dal punto di vista della formazione della coscienza politico-civile delle persone. i più anziani il dopoguerra, i più giovani il 68, il 77 e la caduta del muro e delle ideologie. La generazione mia? La generazione dei nati negli anni 70?
  • Io sono dell’84. Un bambino, praticamente. Consideriamo la generazione dal 75-76 fino al’85. Mi guardo intorno e non vedo la possibilità per noi di formarci politicamente in maniera decente. i partiti, quali? Le scuole di formazione, quali? Le proteste studentesche, quali? Non mi pare che abbiamo avuto l’occasione storica di formarci.
  • In questo senso potrei affermare che non c’è una classe dirigente in erba, pronta a sostituire tra 5-10 anni quella attuale. La cosa mi preoccupa.
  • Gli unici che hanno un’abitudine ad occuparsi di politica, ad eccezione di qualche raro caso di militanza territoriale vera, sono i baby dirigenti delle giovanili di partito, delle quali non posso dire di aver avuto buona impressione o esperienza. Sono tendenzialmente (non ve la prendete personalmente, per favore!) chiuse, autoreferenziali, impegnate in continui congressi. Sono lontane dai ragazzi, dalle scuole, dai posti di lavoro. Non è questione di buona o cattiva fede, è il contesto dell’attività politica quotidiana che ti corrode dall’interno. Questa almeno è la mia piccola esperienza di militante romano.
  • C’è tutto il mondo poi degli amministratori locali (più o meno giovani). Più frequentemente a quei livelli è facile trovare brave persone, politici capaci ed un consenso solido. La caratteristica comune a queste persone, oltre quella di non contare granché all’interno del partito, è una libertà di pensiero, una capacità innovatrice, la definirei una laicità di pensiero. Chissà però se quel modello è vincente, cioè se permette a chi lo applica di crescere politicamente e di fare carriera nel partito, e se è replicabile a livelli più alti!!

 

Un altro problema posto è: cosa opporre a berlusconi? 3 considerazioni:

  • Non possiamo opporre un berlusconi di sinistra a quello vero. Sarebbe sbagliato, pericoloso e di cattivo gusto. Inoltre rappresenterebbe la pubblica ammissione di una sconfitta culturale della sinistra.
  • Prodi (D’Alema per la verità) ha vinto due battaglie ma ha perso la guerra. Tenere il centro con questa sinistra radicale è impossibile.
  • Veltroni ha perso. Da soli, in queste condizioni, non si va lontani.

 

Provocazione: il veltronismo senza Veltroni forse avrebbe una chanche.

 

In chiusura dell’articolo, cercando di essere organico, pongo degli obiettivi.

  • Lungo termine, 2020 un grande partito della sinistra al 51%.
  • Medio termine, 2015 grande partito della sinistra al 40%.
  • Breve termine, 2012 il partito democratico al 35% alleato con piccolo centro e piccola sinistra
  • Brevissimo termine, 2010 il pd si rifonda, sostituendo tutti i dirigenti nazionali. elenco le azioni che penso dovrebbe fare il PD.

 

Le azioni da eseguire…

 

  1. Il Partito Democratico, dopo le elezioni europee apre le primarie per il leader nazionale. L’assemblea costituente si scioglie e non si rielegge. È un organo inutile. Fintamente democratico, al limite del populismo. La campagna per le primarie dura 6 mesi. Non ha diritto di candidarsi chi ha ricoperto un ruolo di dirigenza sopra il livello cittadino nei DS, nella Margherita, nei Radicali, nel PD o in ogni altro partito che ho dimenticato di citare. Può candidarsi chi ha la tessera del PD. Dev’essere istituito un meccanismo di rendicontazione dei fondi per la campagna che renda pubblici i contributi durante la campagna, non a posteriori. Per candidarsi non dev’essere necessario raccogliere le firme in più regioni, altrimenti si potranno presentare solo persone con un profilo nazionale ed un’organizzazione strutturata alle spalle. Le primarie non eleggono null’altro che un segretario. Il sistema elettorale o di regole deve essere architettato per portare persone tra i 25 e i 40 anni a girare l’italia intera, raccogliendo fondi dalle persone e convincendo casa per casa, piazza per piazza a votare. Ovviamente il sistema Obama è vincente…
  2. Nel frattempo gli organi regionali e provinciali rimangono in carica e  mandano avanti il partito. Conducono le campagne elettorali, coordinano il lavoro dei territori, continuano a fare quello che già stanno facendo. In questo modo il partito non rimane senza guida per mesi ma ha una conduzione “regionale”.
  3. La direzione nazionale si compone da 5 membri per regione, nominati dalle direzioni regionali attualmente in carica.
  4. Il segretario nazionale eletto resta in carica per 3 anni. Nomina un proprio staff, del numero e con l’organizzazione che preferisce.
  5. Eletto il segretario nazionale, si procede alla elezione, tramite normali congressi di partito dei segretari regionali e provinciali e delle rispettive direzioni. Non si può candidare chi ha già ricoperto qualsiasi incarico nei partiti sopra citati.
  6. Le regioni, una volta rielette, nominano ciascuna 5 persone che comporranno la direzione nazionale del PD. Essa non ha potere di veto sull’agire del segretario ma ha competenza specifiche nella produzione di proposte di riforma. Le commissioni che si formeranno all’interno della direzione si coordineranno con le numerose fondazioni del partito democratico e con i gruppi parlamentari.
  7. La direzione nazionale vota un codice etico se(ve)rissimo! GRANDE OPERAZIONE MEDIATICA e di sostanza. Tra l’altro lo statuto dovrà garantire la non candidabilità nelle liste del PD di: condannati, candidati al terzo mandato, ex dirigenti nazionali o regionali dei partiti della sinistra. Se la legge elettorale lo permetterà, si dovrà prediligere la territorialità e la capacità di attrarre consenso del candidato. Se la legge elettorale dovesse rimanere l’attuale, le liste elettorali saranno composte in base a preferenze espresse dagli iscritti al PD.
  8. Le fondazioni del partito democratico, per essere riconosciute come tali, devono avere esclusivamente ruolo formativo e di produzione politica. È incompatibile avere un ruolo all’interno di una fondazione e nel partito. Il loro sistema di regolamentazione e di finanziamento dovrà favorire la formazione di gruppi di studio, formati dalla ex classe dirigente dei partiti della sinistra e dai giovani studiosi delle materie giuridiche, economiche, ambientali e sociali.
  9. Entro il 2012 il Pd produrrà un programma politico di riforma generale dello Stato italiano. Alla stesura di questo programma dovranno partecipare: iscritti al PD, ex dirigenti dei partiti, intellettuali, dirigenti territoriali del partito. La fase di stesura del programma dev’essere tale da essere ricordata come il più grande momento di dibattito e confronto di almeno metà della nazione (non metà dei media, metà dei partiti ma metà dei 56 milioni di italiani). Per chiarezza: gli iscritti parteciperanno formalmente alla stesura, i simpatizzanti saranno coinvolti dal dibattito. Dovrà attivarsi un meccanismo trasparente e continuo di fundraising, alimentato direttamente dai cittadini.
  10. Nel 2013 si eleggerà il nuovo leader che con un programma nuovo e ipercondiviso e con una direzione nazionale molto radicata sul territorio, si preparerà alla campagna elettorale.
  11. Dipendentemente dall’andamento nei sondaggi e nelle amministrative e dalla legge elettorale, si valuterà se andare soli o se allearsi con altre forze.

 

 

Evidentemente sono pensieri di un semplice militante, che pecca di idealismo e non ha la visione d’insieme della situazione nel suo complesso.

 

Dopo la militanza territoriale, provo anche io a fare la mia nell’elaborazione…

Cari tutti,
la questione è seria. Questo PD non va. Non ha mantenuto la promessa, quella di rinnovare la politica italiana.
Non è un partito nuovo. Ha riproposto le stesse dinamiche dei due vecchi partiti da cui proviene. Anche le primarie (quelle del 2007 e, ahimè, quelle dei giovani) sono state occasione di riprova di quanto è compromessa questa classe dirigente. Anche i giovani lo sono. Chi fa politica da qualche anno nella SG o nei giovani della margherita ha già imparato tutti i meccanismi e li ripropone anche nella fondazione della nuova organizzazione giovanile di un nuovo partito.
Che tristezza.
Sono un candidato all’assemblea regionale del lazio, eletto per giunta. Ne ho viste di tutti i colori.

Per accaparrarsi un posto nell’assemblea (nazionale o regionale che sia) si è arrivati a fare di tutto. In POCHISSIMI casi, e mi verrebbe da dire in nessun caso, si è fatto attenzione a coinvolgere nuovi ragazzi, ad entrare nelle università, nelle scuole, a cercare l’aiuto di realtà estranee alla politica partitica. 2 mesi di lavoro su queste primarie mi hanno tolto la speranza anche sulla prossima generazione. Se quelli impegnati in politica che ora hanno 25-30 anni sono così, rimpiango d’alema, fassino, bersani, veltroni. Almeno la loro generazione ha vissuto fasi della storia italiana e mondiale che possono aver formato la loro visione politica delle cose, meglio della mia generazione, cresciuta nell’agio totale degli anni 80-90 e nell’antipolitica degli ultimi anni.
Tornando al nostro PD, abbiamo alzato la posta, abbiamo detto che sarebbe stata una cosa nuova, che non saremmo più stati autoreferenziali, che non ci saremmo più concentrati su noi stessi, che saremmo tornati tra le gente, ad ascoltare, ad occuparci dei bisogni delle persone. Abbiamo alzato la posta. E abbiamo deluso le aspettative.
Penso che se c’è un’occasione per salvare l’ex sinistra italiana dobbiamo sfruttarla. Dobbiamo invertire completamente la rotta. Dobbiamo avere coraggio di prendere scelte, anche impopolari (siamo all’opposizione..). Dobbiamo intercettare i bisogni, rispondere con proposte concrete, cercare di recuperare la crisi dell’antipolitica. Grillo, fortunatamente aggiungo, sta andando giù. Probabilmente parte delle persone che l’hanno seguito ora aspettano, dopo la pars destruens, di potersi impegnare in qualcosa di positivo, la pars costruens. Potrebbe essere il PD.
Liberiamoci di chi ruba, di chi non sa amministrare, di chi non rappresenta l’elettorato, di chi non ha il coraggio di puntare in una RIVOLUZIONE della politica.
Dovremo avere il coraggio di portare fino in fondo queste azioni, senza lettere delle vecchiette, senza l’ecumenismo veltroniano, parlando alla testa, oltre che alla pancia.
O avremo questo coraggio o il PD, e insieme a lui tutta la sinistra dei prossimi 5-10 anni, colerà a picco.

L’imprenditore padrone della città con il pieno controllo su assunzioni, appalti e delibere
Non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa ma il contrario
Il sultano Romeo e i suoi vassalli
così Napoli si è inchinata agli affari
di GIUSEPPE D’AVANZO

NON C’È alcun “interesse pubblico” in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di “pubbliche funzioni” e di “pubblici poteri”, fosse deperita la più elementare nozione – e distrutta anche soltanto l’ombra – di “servizio al bene collettivo”. Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali – in questo “sistema” apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. “Dobbiamo parlare delle cose nostre…”. “Quella cosa nostra come sta andando…”. “C’interessano soltanto le cose nostre…”. “Dacci uno sguardo a quella cosa nostra…”.

Alfredo Romeo si autodefinisce “leader del mercato immobiliare”. Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, “lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale” di un “sistema” elementare, come un do ut des.

Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi “pupazzi” si preoccupano di farli approvare.

E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro “come in ogni harem che si rispetti”, esagerano i pubblici ministeri, per diventare “il favorito del sultano”.

Il “sultano”, chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora “denaro sonante”, ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo “strumento attuativo” dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.

E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.

Nugnes. “Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi… Lui si rende conto. Dice: “Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma”. Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento”.

Romeo. “Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli… e lui spesso mi ha detto: “Dobbiamo parlare con Francesco””.

Nugnes. “… Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?”.

Romeo. “Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa…”.

Il “sultano” dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito “un “giovane di qualità” che lo stava “aiutando” su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato “disponibile” nei suoi confronti”. E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte “il sultano”. Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.

Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: “Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio…”. Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo.

Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. “Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)…”. Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda “i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)…”. Gli annuncia le mosse di Fini: “… viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto…”. Romeo, dopo, lo lusinga: “… Fini ha fatto un figurone enorme…”. Bocchino: “Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar…”.

Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il “sultano” lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle “cose loro”, anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il “sultano” vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.

Romeo. “Mi hai bruciato il congresso a Firenze… mi hai bruciato il congresso a Bari… tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti… mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)”.

Lusetti. “Con i Ds hai più fortuna… hai capito che i Ds sono più bravi di noi…”.

Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su “una questione di vita o di morte”. La “Romeo Gestioni” ha una controversia con la “Manital” per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.

Lusetti. “C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?”.

“Conversazioni di questo tipo – scrivono i pubblici ministeri – lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo” perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della “Romeo Gestioni” la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della “Manital” annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.

Romeo chiede a Lusetti anche di “metter a posto” chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de il Riformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo (“… mi hanno escluso perché c’era un suo amico… hanno fatto un po’ una pastetta”).

Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. “Se vuoi blocco tutto, eh!”.

Romeo. “No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!”.

Scrivono i pubblici ministeri che “il “sistema” è così drogato” che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati “a misura” delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo “al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari”.

Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore “all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura”.

Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.

Gambale. “… ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento…”.

Romeo. “Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti…”.

Gambale. “… Ma quella è scema completa. Non si rende contro…”.

Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.

Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e – boccone ghiotto – Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.

Gambale. “Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia…”

Romeo. “Che incarico ha, questo qui”.

Gambale. “Tranquillo, va bene… E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)…”.

Romeo. “Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio…”.

Romeo non si fida. Vuole che sia il “grande vecchio” a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.

Gambale. “E’ stato gradito…”.

Romeo. “Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione…”.

“Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli”, è la conclusione del pubblico ministero. Il “sultano” aveva già avuto simbolicamente “le chiavi della città” da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.