Archivio degli articoli con tag: marino

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“In ogni caso mai una figura venne costruita come la sua (Si parla dell’investitura di Berlinguer dopo Togliatti, ndr). Parrà strano di questi tempi, ma contro ogni sua personalizzazione il Pci era molto rigido: di regola tutte le immagini degli individui si evitavano. Il primo manifesto con il volto di Togliatti uscì nel 1963 quando la sera avrebbe parlato in televisione. Non era questione che un comizio di Terracini o nessun altro fosse annunciato da manifesti con la relativa faccia, e quando le facce furono tirate fuori di forza dalla Tv, si alternarono molto – ognuno era il partito. Si distinguevano sul video Pajetta e Luigi Pintor per la capacità di battuta folgorante. Nelle campagne elettorali nessuno faceva per sé, chi lo avesse tentato sarebbe stato rampognato e fin buttato fuori. Questo mettere in avanti soltanto il partito, il simbolo, appare oggi un fare burocratico e astratto, ma fu il solo in grado di risparmiare intrighi, vanità e delusioni. Chiunque avesse un minimo di ascolto andava in una lista elettorale sapendo di non essere eletto, e non gli faceva né caldo né freddo. Allora il cursus honorum era diverso, fra selezione e cooptazione, non sorprendeva, maturava. Come a scuola, dovevi aver passato gli esami.”

Gli altri episodi.

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Bersani non potrei votarlo. E Franceschini nemmeno. Per esempio perché girava voce prima dell’estate che Franco Marini e Massimo D’Alema stessero cercando un accordo per la segreteria (Franceschini segretario e D’Alema presidente).
O perché sia Pigi che Dario hanno accettato la proposta di Scalfari, che riflette una pessima considerazione delle regole democratiche.
O perché prevedo, purtroppo, una gestione post primarie (sempre che nessuno raggiunga il 50%) all’insegna della “gestione unitaria”, “dell’accordo” e mai incentrata sull’elaborazione di un progetto, condiviso, per il PD.
Se nessun candidato verrà eletto domani, vorrei che alla convenzione nazionale si parlasse di programma, di posizioni chiare, di futuro del PD. Non solo di leader o di correnti.
Non voterò né Franceschini, né Bersani perché sono sicuro che Marino si comporterà in modo diverso.
Prenderà delle posizioni chiare su cui eventualmente aggregare consenso, non cercherà accordi tattici e davvero obbligherà gli altri due – così come ha fatto con la discussione congressuale – a gestire il partito in modo trasparente.
Voto Marino perché voglio cambiare il PD, per cambiare l’Italia.

L’articolo 4 del regolamento delle primarie del PD dice: “Al fine di CONTENERE i relativi COSTI non è in ogni caso ammessa, da
parte dei candidati o dell…e liste che li sostengono, la PUBBLICAZIONE A PAGAMENTO di messaggi pubblicitari o di propaganda personale sui MEZZI DI COMUNICAZIONE: radiotelevisivi, TELEMATICI, giornali, riviste o
altri organi di stampa e informazione.”

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Com’è evidente dall’immagine, sia Franceschini che Bersani hanno comprato PUBBLICITA’ on line.

Se mi sono sbagliato, come spero, spiegatemi com’è che se cerchi “primarie pd” su Google esce http://www.dariofranceschini.it tra i link a pagamento;  e poi spiegatemi perché nella colonna di destra di facebook, dove si pubblica le pubblicità, mi è uscito il banner per Bersani/Mazzoli.

Non vi tedierò con l’analisi dei 3 candidati e delle 3 mozioni, sarebbe inutile e, cercando su Internet, ne troverete di ottima qualità.
Piuttosto vorrei, partigianamente, argomentarvi la mia scelta: Ignazio Marino.
La mozione Marino risponde a 2 urgenze irrimandabili del Partito Democratico: radicamento e identità.

Il PD ha dato, in questi due anni, il colpo di grazia al radicamento sul territorio già quasi inesistente di DS e Margherita. Finita l’esperienza del PCI si è deciso che le piazze, i condomini e le sezioni non fossero più i luoghi adatti per entrare in contatto con la società. Alla TV e agli altri mass media è stato delegato il ruolo esclusivo di rappresentare la politica. I risultati di questa operazione sono evidenti: Berlusconi incontrastabile e un partito, il PD, totalmente scollato dalla società.

Al contrario il Partito Democratico deve puntare sul contatto diretto con le persone. Per raccogliere istanze, per sintetizzare esigenze e trovare soluzioni, per essere (come dovrebbe ogni partito) il raccordo tra cittadino e istituzione. I cittadini devono ritrovare nelle sezioni territoriali un punto di riferimento per denunciare un diritto leso, per approfondire un tema, per discutere e confrontarsi sulla politica di questo paese.
La nostra è una società disgregata, le sezioni di partito (fa un po’ vetero ma io ci credo molto) possono essere un avamposto di aggregazione sociale, di qualità.

Sia Bersani che Franceschini criticano la passate gestione del PD – concordo: è assurdo che anche Franceschini sia critico… – e danno soluzioni teoriche interessanti quanto antitetiche.

La grande responsabilità di entrambi però è non aver rotto con la logica correntizia. Queste due mozioni sono correnti, composte a loro volta da sotto correnti. E le correnti non corrispondono ad altrettanti modi di vedere la società, non rappresentano sensibilità politiche differenti ma sono sempre e solo filiere di comando, parallele al partito, che tendono a sostituirlo ed indebolirlo.

La mozione Marino risponde molto chiaramente: l’unica corrente che vogliamo è quella dei circoli. I territori, gli iscritti e gli elettori al centro.
Un metodo rivoluzionario per questo Partito, scontato per un partito sano.

Il secondo tema è l’identità. Il Partito Democratico – che non comunista, non è socialista, non è socialdemocratico – non ha costruito un’identità. I grandi partiti del 900 avevano l’ideologia a caratterizzarli. Il Partito Democratico no.

A mio avviso il PD deve caratterizzarsi su posizioni politiche chiare e concrete. Sulle soluzioni a problemi reali. Su una lettura definita, quotidiana e strategica, della società in cui viviamo.

Sui temi economici, civili, sociali, ambientali o sulla scuola, sull’università, sulla politica estera cosa pensa il PD? Qual è l’analisi e quali le soluzioni?

Anche se tentativi ce ne sono stati, il PD non è riuscito a offrire risposte a queste domande.
Marino ci ha provato. Con umiltà e per quanto sia possibile in una mozione congressuale, ci ha provato. Ha preso delle posizioni chiare su temi forti: si al contratto unico, al salario minimo garantito, al reddito di solidarietà; no al nucleare; no ai respingimenti e si a regole chiare per l’immigrazione; si alle unioni civili, si al testamento biologico. E, ancora, si al diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia, si all’energia rinnovabile, si alle pari opportunità e al merito, si al rapporto diretto tra elettori ed eletti con primarie e collegi uninominali.
Su questi temi si può essere d’accordo o meno, ma di sicuro scegliere è l’unico modo per creare un’identità.
Le altre due mozioni sono vaghe – quando non contraddittorie – su molti temi e, soprattutto, sono impossibilitate a prendere posizioni chiare perché al loro interno hanno esponenti che non sono d’accordo su molte cose. Mercato del lavoro, nucleare, diritti civili, immigrazione, legge elettorale sono alcuni dei temi su cui né Franceschini né Bersani sono in grado di esprimere una posizione chiara.

Mai, da tanto tempo a questa parte, sono stato così convinto di una scelta congressuale. Ignazio Marino incarna la possibilità di riformare la politica italiana.

Non andrò oltre, salvo consigliarvi di vedere i video che trovate qui sotto. Espongono le posizioni della Mozione Marino sui principali temi politici; posizioni chiare e semplici, su cui essere d’accordo o meno.

Il 25 Ottobre votate e fate votare Ignazio Marino, è ora di cambiare!






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“Alla fine del 1962 fui chiamata a Roma a dirigere gli intellettuali o la sezione culturale o come si chiamava. Ero richiesta dal centro o proposta da una federazione che mi vedeva con favore fuori dalle scatole? Non lo so.  (…) Qualche dubbio deve esserci stato nell’affidarmi il lavoro culturale; io non venivo dalla scuola dei Sereni, Alicata, in parte Natta e non lo avevo mai nascosto. Deve essere stata una messa in proba della milanese, pianta estranea nel classico orto meridionale. Avevo una quantità di rapporti, al partito questo giovava, poi si sarebbe visto. Io mi offuscai molto sentendomelo proporre. Avevo appena preso la responsabilità degli enti locali, voleva dire occuparmi dei molti comuni della provincia che eranp nostri e dei moltissimi non nostri, tutti sfondati dalla crescita della metropoli.  (…) Insomma non avevo voglia di ficcarmi nella capitale. Sicché quando insisterono, e Alicata non mancò di sottolineare con enfasi che non avrei preso nientemeno che il suo posto, nicchiai. Dopo qualche giorno Longo venne a Milano e mi invitò a cena, andammo in una modesta trattoria e mi espose, con voce calma e gli occhi lontani, come fosse sempre un po’ al di là del mondo, che la direzione mi voleva eccetera. Io mi diffusi lungamente sulle urgenze che avevamo a Milano e le molte ragioni per declinare l’offerta, ragioni che mi parevano molto militanti e persuasive. Lui aspettò che finissi poi proferì: Ascoltate. Io non invito a cena nessuno, sono avaro. Ho invitato voi perché i vostri compagni mi hanno detto che facevate delle obiezioni all’incarico. Vi ho spiegato perché la direzione ha deciso che veniate a Roma. Non fatemelo ripetere. Trovatevi a Roma a dicembre. Non aggiunse: è un ordine, non fece alcun numero speciale, era chiaro che non avrebbe ascoltato più nulla, era bell’e stufo. Io rimasi a bocca aperta. Potevo dire di no, e non sarebbe successa una catastrofe. Ma dicevo no a una proposta della direzione, alla segreteria, al partito. Ci pensai ancora due giorni e dissi si. Come tutti attendevano.
A dicembre del 1963 andavo a Roma. Mi avrebbero subito dopo fatta deputata per ragioni di rappresentanza e per pagare uno stipendio in meno. Io ero corsa in tutte le elezioni possibili e immaginabili, comune, provincia, e politiche come si usava allora, non in testa di lista dove stavano quelli che si volevano eleggere, ma dopo di essi e in ordine alfabetico, per far sapere ad amici e conoscenti: Ci sono anche io, votate il mio partito. Non faceva nessuna impressione non venire eletti, non ci si sentiva come si dice adesso trombato, rischio che oggi nessuno vuol correre come eminentemente indegno. Se qualcuno si azzardava a organizzarsi le preferenze da sé veniva duramente ripreso. Resto convinta  che era un sistema più pulito correre per la propria causa invece che per sé. Inoltre essere deputato per il Pci o per il Partito socialista era ben poco remunerativo: il partito si prendeva, quando non c’erano familiari a carico, la metà dell’appannaggio e a quel tempo ciò che restava corrispondeva al compenso di un funzionario del centro, qualcosa come un operaio specializzato –  nessuno si capacita, oggi, che i deputati fossero compensati così poco e i consiglieri comunali niente. E’ da quando la politica si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti.
(…) Giancarlo (Pajetta, ndr) viveva davvero da povero, a quel tempo nei pressi d’una marrana alla periferia di Roma. Non credo sia mai stato in vacanza se non invitato dai partiti fratelli. Veniva spesso a Milano dov’era quel che gli restava come famiglia, i figli –  prima di incontrare Miriam Mafai credo che non si sia mai sentito in coppia, accudito e un poco ridimensionato come succede quando non si è soli. Che cosa fosse la solitudine Giancarlo Pajetta deve averlo molto saputo. Non che gli mancassero amori e seduzioni, prendeva in giro i fedeli Amendola e Ingrao, era un gallo come la maggior parte degli uomini a quel tempo, ma dopo la morte della amata mamma Elvira era un randagio.
Lo trovai la sera del 24 dicembre a Milano, mentre rientravo a casa in fretta dalle spese natalizie, quell’anno o quello prima, vagante per le strade semideserte della vigilia. Dove vai? Cerco una trattoria. Come, una trattoria? Perché no? Tu sei una che fa il Natale come vuole la chiesa? Giancarlo era caustico, più era malandato più frecciate scoccava. Lo conoscevo abbastanza  da non farmi provocare. Aspetta un momento. Telefonai a Rodolfo: C’è Pajetta che è solo come un cane, lo porto su^ Be’, rise, portalo. Fu davvero uno strano Natale, perché dopo le solite conversazioni su questo e quello Giancarlo, che s’era come lasciato andare nel’atmosfera tiepida di noi tre, uscì con le sue visioni più distruttive delle cose. Questo non andava, quell’altro era un cretino, e in ogni caso l’essenziale del partito era perduto. Mi ero stufata di sentire dire cose simili dai dirigenti, magari amichevoli sul piano personale, che usavano tutto il loro potere per frenare noi giovani leoni. “Se la pensi così perché non lasci, non ti togli di mezzo? Perché difendi sempre quel che è, e impedisci a noi di cambiare?”. Il noi era inequivocabile, i giovani di Milano, i sindacalisti di Torino e sullo sfondo, a Roma, Ingrao. “Perché rovinereste il poco che resta”. E aggiunse con amarezza, come faceva sempre più spesso, che vivere aveva ben poco senso. “Dovrei finirla. Ormai è andata”. Mi alzai, avevo le finestre alte sul giardino del Poldi Pezzoli, ne aprii una e gli dissi: “Buttati. O ti butti adesso o non farmi mai più questo numero”. Stupì per un attimo: ” Tu non me lo impediresti?” “No. Va’ o finiscila”. Devo aver aggiunto con malvagità che era un bellissimo giardino per sfracellarvisi. Incassò e non ne facemmo un dramma.”

Più Excel e meno Word! Come ci consigliava l’amico Mario.

Qui l’excel con i risultati dei congressi di roma.