Archivio degli articoli con tag: politica

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“In ogni caso mai una figura venne costruita come la sua (Si parla dell’investitura di Berlinguer dopo Togliatti, ndr). Parrà strano di questi tempi, ma contro ogni sua personalizzazione il Pci era molto rigido: di regola tutte le immagini degli individui si evitavano. Il primo manifesto con il volto di Togliatti uscì nel 1963 quando la sera avrebbe parlato in televisione. Non era questione che un comizio di Terracini o nessun altro fosse annunciato da manifesti con la relativa faccia, e quando le facce furono tirate fuori di forza dalla Tv, si alternarono molto – ognuno era il partito. Si distinguevano sul video Pajetta e Luigi Pintor per la capacità di battuta folgorante. Nelle campagne elettorali nessuno faceva per sé, chi lo avesse tentato sarebbe stato rampognato e fin buttato fuori. Questo mettere in avanti soltanto il partito, il simbolo, appare oggi un fare burocratico e astratto, ma fu il solo in grado di risparmiare intrighi, vanità e delusioni. Chiunque avesse un minimo di ascolto andava in una lista elettorale sapendo di non essere eletto, e non gli faceva né caldo né freddo. Allora il cursus honorum era diverso, fra selezione e cooptazione, non sorprendeva, maturava. Come a scuola, dovevi aver passato gli esami.”

Gli altri episodi.

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“Alla fine del 1962 fui chiamata a Roma a dirigere gli intellettuali o la sezione culturale o come si chiamava. Ero richiesta dal centro o proposta da una federazione che mi vedeva con favore fuori dalle scatole? Non lo so.  (…) Qualche dubbio deve esserci stato nell’affidarmi il lavoro culturale; io non venivo dalla scuola dei Sereni, Alicata, in parte Natta e non lo avevo mai nascosto. Deve essere stata una messa in proba della milanese, pianta estranea nel classico orto meridionale. Avevo una quantità di rapporti, al partito questo giovava, poi si sarebbe visto. Io mi offuscai molto sentendomelo proporre. Avevo appena preso la responsabilità degli enti locali, voleva dire occuparmi dei molti comuni della provincia che eranp nostri e dei moltissimi non nostri, tutti sfondati dalla crescita della metropoli.  (…) Insomma non avevo voglia di ficcarmi nella capitale. Sicché quando insisterono, e Alicata non mancò di sottolineare con enfasi che non avrei preso nientemeno che il suo posto, nicchiai. Dopo qualche giorno Longo venne a Milano e mi invitò a cena, andammo in una modesta trattoria e mi espose, con voce calma e gli occhi lontani, come fosse sempre un po’ al di là del mondo, che la direzione mi voleva eccetera. Io mi diffusi lungamente sulle urgenze che avevamo a Milano e le molte ragioni per declinare l’offerta, ragioni che mi parevano molto militanti e persuasive. Lui aspettò che finissi poi proferì: Ascoltate. Io non invito a cena nessuno, sono avaro. Ho invitato voi perché i vostri compagni mi hanno detto che facevate delle obiezioni all’incarico. Vi ho spiegato perché la direzione ha deciso che veniate a Roma. Non fatemelo ripetere. Trovatevi a Roma a dicembre. Non aggiunse: è un ordine, non fece alcun numero speciale, era chiaro che non avrebbe ascoltato più nulla, era bell’e stufo. Io rimasi a bocca aperta. Potevo dire di no, e non sarebbe successa una catastrofe. Ma dicevo no a una proposta della direzione, alla segreteria, al partito. Ci pensai ancora due giorni e dissi si. Come tutti attendevano.
A dicembre del 1963 andavo a Roma. Mi avrebbero subito dopo fatta deputata per ragioni di rappresentanza e per pagare uno stipendio in meno. Io ero corsa in tutte le elezioni possibili e immaginabili, comune, provincia, e politiche come si usava allora, non in testa di lista dove stavano quelli che si volevano eleggere, ma dopo di essi e in ordine alfabetico, per far sapere ad amici e conoscenti: Ci sono anche io, votate il mio partito. Non faceva nessuna impressione non venire eletti, non ci si sentiva come si dice adesso trombato, rischio che oggi nessuno vuol correre come eminentemente indegno. Se qualcuno si azzardava a organizzarsi le preferenze da sé veniva duramente ripreso. Resto convinta  che era un sistema più pulito correre per la propria causa invece che per sé. Inoltre essere deputato per il Pci o per il Partito socialista era ben poco remunerativo: il partito si prendeva, quando non c’erano familiari a carico, la metà dell’appannaggio e a quel tempo ciò che restava corrispondeva al compenso di un funzionario del centro, qualcosa come un operaio specializzato –  nessuno si capacita, oggi, che i deputati fossero compensati così poco e i consiglieri comunali niente. E’ da quando la politica si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti.
(…) Giancarlo (Pajetta, ndr) viveva davvero da povero, a quel tempo nei pressi d’una marrana alla periferia di Roma. Non credo sia mai stato in vacanza se non invitato dai partiti fratelli. Veniva spesso a Milano dov’era quel che gli restava come famiglia, i figli –  prima di incontrare Miriam Mafai credo che non si sia mai sentito in coppia, accudito e un poco ridimensionato come succede quando non si è soli. Che cosa fosse la solitudine Giancarlo Pajetta deve averlo molto saputo. Non che gli mancassero amori e seduzioni, prendeva in giro i fedeli Amendola e Ingrao, era un gallo come la maggior parte degli uomini a quel tempo, ma dopo la morte della amata mamma Elvira era un randagio.
Lo trovai la sera del 24 dicembre a Milano, mentre rientravo a casa in fretta dalle spese natalizie, quell’anno o quello prima, vagante per le strade semideserte della vigilia. Dove vai? Cerco una trattoria. Come, una trattoria? Perché no? Tu sei una che fa il Natale come vuole la chiesa? Giancarlo era caustico, più era malandato più frecciate scoccava. Lo conoscevo abbastanza  da non farmi provocare. Aspetta un momento. Telefonai a Rodolfo: C’è Pajetta che è solo come un cane, lo porto su^ Be’, rise, portalo. Fu davvero uno strano Natale, perché dopo le solite conversazioni su questo e quello Giancarlo, che s’era come lasciato andare nel’atmosfera tiepida di noi tre, uscì con le sue visioni più distruttive delle cose. Questo non andava, quell’altro era un cretino, e in ogni caso l’essenziale del partito era perduto. Mi ero stufata di sentire dire cose simili dai dirigenti, magari amichevoli sul piano personale, che usavano tutto il loro potere per frenare noi giovani leoni. “Se la pensi così perché non lasci, non ti togli di mezzo? Perché difendi sempre quel che è, e impedisci a noi di cambiare?”. Il noi era inequivocabile, i giovani di Milano, i sindacalisti di Torino e sullo sfondo, a Roma, Ingrao. “Perché rovinereste il poco che resta”. E aggiunse con amarezza, come faceva sempre più spesso, che vivere aveva ben poco senso. “Dovrei finirla. Ormai è andata”. Mi alzai, avevo le finestre alte sul giardino del Poldi Pezzoli, ne aprii una e gli dissi: “Buttati. O ti butti adesso o non farmi mai più questo numero”. Stupì per un attimo: ” Tu non me lo impediresti?” “No. Va’ o finiscila”. Devo aver aggiunto con malvagità che era un bellissimo giardino per sfracellarvisi. Incassò e non ne facemmo un dramma.”

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“Togliatti era cortese, conversevole e lontano, con voce uguale e sorriso breve, lo sguardo acuto. Se un pezzo gli era piaciuto prendeva la penna e mandava due righe in inchiostro verde e la scrittura chiara (si parla delle riunioni di redazione di Rinascita, ndr). Quanto lo avrei criticato negli anni settanta lo rivaluto oggi, una volta accettato che il suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti ma garantire la legittimità del conflitto. Non so se fosse arrivato a pensare che era la condizione in assoluto migliore in occidente, o se al presente non si potesse fare altro. Propendo per la prima ipotesi, il nostro avanzare e mutare il paesaggio politico senza lacerazione e tragedie a lui, a cavallo fra l’Urss degli anni trenta e l’Italia del dopoguerra, non doveva parere una disgrazia.”

Essere comunisti ep. 1.

Essere comunisti ep. 2.

L’imprenditore padrone della città con il pieno controllo su assunzioni, appalti e delibere
Non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa ma il contrario
Il sultano Romeo e i suoi vassalli
così Napoli si è inchinata agli affari
di GIUSEPPE D’AVANZO

NON C’È alcun “interesse pubblico” in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di “pubbliche funzioni” e di “pubblici poteri”, fosse deperita la più elementare nozione – e distrutta anche soltanto l’ombra – di “servizio al bene collettivo”. Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali – in questo “sistema” apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. “Dobbiamo parlare delle cose nostre…”. “Quella cosa nostra come sta andando…”. “C’interessano soltanto le cose nostre…”. “Dacci uno sguardo a quella cosa nostra…”.

Alfredo Romeo si autodefinisce “leader del mercato immobiliare”. Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, “lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale” di un “sistema” elementare, come un do ut des.

Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi “pupazzi” si preoccupano di farli approvare.

E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro “come in ogni harem che si rispetti”, esagerano i pubblici ministeri, per diventare “il favorito del sultano”.

Il “sultano”, chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora “denaro sonante”, ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo “strumento attuativo” dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.

E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.

Nugnes. “Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi… Lui si rende conto. Dice: “Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma”. Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento”.

Romeo. “Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli… e lui spesso mi ha detto: “Dobbiamo parlare con Francesco””.

Nugnes. “… Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?”.

Romeo. “Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa…”.

Il “sultano” dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito “un “giovane di qualità” che lo stava “aiutando” su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato “disponibile” nei suoi confronti”. E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte “il sultano”. Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.

Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: “Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio…”. Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo.

Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. “Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)…”. Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda “i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)…”. Gli annuncia le mosse di Fini: “… viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto…”. Romeo, dopo, lo lusinga: “… Fini ha fatto un figurone enorme…”. Bocchino: “Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar…”.

Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il “sultano” lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle “cose loro”, anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il “sultano” vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.

Romeo. “Mi hai bruciato il congresso a Firenze… mi hai bruciato il congresso a Bari… tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti… mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)”.

Lusetti. “Con i Ds hai più fortuna… hai capito che i Ds sono più bravi di noi…”.

Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su “una questione di vita o di morte”. La “Romeo Gestioni” ha una controversia con la “Manital” per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.

Lusetti. “C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?”.

“Conversazioni di questo tipo – scrivono i pubblici ministeri – lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo” perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della “Romeo Gestioni” la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della “Manital” annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.

Romeo chiede a Lusetti anche di “metter a posto” chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de il Riformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo (“… mi hanno escluso perché c’era un suo amico… hanno fatto un po’ una pastetta”).

Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. “Se vuoi blocco tutto, eh!”.

Romeo. “No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!”.

Scrivono i pubblici ministeri che “il “sistema” è così drogato” che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati “a misura” delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo “al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari”.

Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore “all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura”.

Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.

Gambale. “… ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento…”.

Romeo. “Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti…”.

Gambale. “… Ma quella è scema completa. Non si rende contro…”.

Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.

Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e – boccone ghiotto – Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.

Gambale. “Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia…”

Romeo. “Che incarico ha, questo qui”.

Gambale. “Tranquillo, va bene… E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)…”.

Romeo. “Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio…”.

Romeo non si fida. Vuole che sia il “grande vecchio” a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.

Gambale. “E’ stato gradito…”.

Romeo. “Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione…”.

“Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli”, è la conclusione del pubblico ministero. Il “sultano” aveva già avuto simbolicamente “le chiavi della città” da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.

Quella che segue è una mia risposta ad un post facebook scritto dall’amica Flaminia su Veltroni.

“La questione non è volere bene o no a walter.
La questione è se è un buon capo. E non lo è: ha fallito. E per la seconda volta (pds-pd).
Tutta responsabilità sua? no. Ma è il capo.
Seconda questione: è un leader? No. Non lo è. Non si è leader con il “ma anche” o con un ecumenismo buonista (sta riuscendo tutto il mio d’alemismo, me ne scuso). Delle lettere della vecchietta siciliana gli italiani non ci fanno nulla. Non buchi lo schermo, non convinci coloro che devi convincere per vincere le elezioni. Forse una parte dei militanti ne trae motivazione, emozione, ammirazione per la persona walter veltroni. Ma non è leadership.
“Leader è colui che fa seguire alle parole i fatti. Leader è colui il quale è in grado non solo di indicare una strada, ma di intraprenderla senza aver bisogno di voltarsi per vedere chi lo segue. Perchè sa che lo seguiranno.” Lo scrive l’amico enzo (http://www.new.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=39969203231&id=1552458547&index=1).
In questo senso non mi chiedo se mi sta simpatico. Mi chiedo se cambierà questo paese. Se grazie a lui avremo uno stato sociale, una scuola pubblica, una giustizia che funzioni. Mi chiedo se posso dare a lui la mia fiducia, il mio voto, il mio impegno di militante.

E’ la persona giusta? io penso di no.

CHI VORREI? E CHE NE SO.

Se Obama ci ha insegnato qualcosa, e chissà perché poi dovrebbe insegnare lui qualcosa a noi (scusate ma non mi va di essere obamiano, ormai lo sono proprio tutti!!!), è che se oggi sapessimo chi è l’Obama italiano non sarebbe un vero Obama. Prima di tutto è presto e poi dovrebbe venir fuori da uno strumento, che si chiama primarie, che sia pulito, ben rodato, consolidato. Le primarie in Italia non lo sono. Abbiamo dimostrato ogni volta (anche per quella buffonata dei giovani democratici, di cui sono stato parte attiva) che non le sappiamo usare. Lo strumento primarie non ci appartiene.

CI APPARTERRA’ MAI? NON LO SO.

Ho evidenziato le due domande di cui non conosco la risposta, appositamente. Per mia fortuna, e di noi tutti probabilmente, non sono io che devo trovare queste risposte. Gli sfoghi di facebook sono permessi a tutti e ben accetti per quanto mi riguarda. Ma la responsabilità di rispondere a queste domande non me la prendo io, non prendiamocela noi che invece di parlare al bar di quanto è ladro il Governo, parliamo su facebook di quanto fa schifo il pd, che fa più fico.
Che se la prendano coloro che si autonominano e si autoretribuiscono per essere classe dirigente di questo partito: il Partito Democratico (non perché la condivida necessariamente, ma perché come al solito è un’analisi inattaccabile: http://www.youtube.com/watch?v=CZ_88LC169o).”

Ho preso molti appunti alla lezione di oggi, forse troppi. Li sintetizzerò pigramente.
La comunicazione d’oggi deve essere rapida, orizzontale e sintetica.
Sinibaldi ha descritto una efficace immagine dell’utente tipico di una comunicazione: un uomo fermo ad un semaforo rosso. L’uomo è seduto in macchina. Finestrini chiusi, radio accesa. Fuori, vicino alla macchina, c’è un lavavetri che però è al di la dei vetri. L’uomo è chiuso, si è chiuso nella sua macchina dalle minacce del mondo. L’effetto serra, lo smog, il lavavetri. Contemporaneamente quest’uomo chiuso all’esterno dell’abitacolo è connesso al resto del mondo attraverso una miriade di tecnologie più o meno integrate con l’auto, con il telefonino, con lui stesso. L’uomo fermo al semaforo soffre di un disturbo bipolare: l’angoscia di essere sempre raggiungibile e contemporaneamente la paura di essere intercettato, di essere ascoltato, di essere importunato dall’esterno del suo piccolo ed accogliente abitacolo.
Mi piace quest’immagine, mi sembra abbastanza rappresentativa. Un po’ cinematografica forse o letteraria, ma di sicuro efficace.
Il conduttore di Fahrenheit ci ha raccontato di una puntata in cui si è parlato della liberazione di alcuni soldati in ostaggio in Iraq. La notizia della liberazione era stata data poco dopo le 14, la trasmissione inizia alle 15. Il dato interessante è che gran parte degli ascoltatori non aveva saputo della notizia prima della trasmissione. Repubblica.it immediatamente aveva dato la notizia e come lei tutti gli altri giornali on line. La deduzione di Sinibaldi è riguardante la tipologia di target del programma. Persone di elevato grado culturale, sociale e di età avanzata, persone evidentemente poco “connesse”. Alcuni, non molti, sapevano già della notizia da un sottopancia girato sui Simpson, in onda alle 14.30. Un anziano signore del sud, ha raccontato Sinibaldi, ha appreso la notizia dalle campane della chiesa del paese che notoriamente suonano quando è successo qualcosa di importante. Strane strade prende la comunicazione, ciò che è sicuro è l’esposizione totale e continua a cui tutti noi siamo sottoposti.
Su questo Sinibaldi pone la successiva questione: il concetto di opinione pubblica è inappropriato. L’opinione pubblica infatti è qualcosa relativa alla massa, qualcosa di fortemente sorpassato rispetto alla complessità della contemporanea società della comunicazione. La moltiplicazione degli strumenti di comunicazione ha abolito la comunicazione di massa, che è ormai molto diversificata. Per questo l’accezione opinione pubblica = opinione di massa è inappropriata. L’opinione pubblica di per sé stessa è priva di sfumature, è connotata da un mezzo di comunicazione. La situazione odierna è ben più articolata. L’esempio perfetto è TV7, programma di più di qualche anno fa, un programma da 15 milioni di ascoltatori. Primato che oggi non è pensabile, in termini probabilmente assoluti e soprattutto rispetto alla stabilità di quel dato d’ascolto. Ovviamente appresso alla scomparsa del  mezzo di massa c’è il programma di massa. Naturale quindi è il seguente rapporto: programma di massa – pubblicità di massa – prodotto di massa. Oggi tutto questo non c’è più. Tutto dev’essere molto più parcellizzato, targettizzato, selezionato, diversificato.
L’unico fattore che riesce a superare la targettizzazione del pubblico è l’emotività. Una comunicazione che basa la propria forza sull’emotività riesce ancora ad essere “un po’ più di massa”. Da qui la nozione di epoca dell’annuncio. Per bucare lo schermo è necessario procedere per annunci, per slogan, per immagini. L’esempio calzante riferito a questi giorni è la Gelmini e i suoi annunci: il maestro unico, il voto in condotta, il grembiule. Il processo che c’è dietro all’efficacia del messaggio è la semplificazione.
La nostra è la società dell’informazione, siamo pieni di dati e di informazioni, quando siamo fortunati. Sulla Scuola ad esempio c’è una grande attenzione collettiva, tutti noi siamo largamente informati, sensibilizzati, vicini ai temi della Scuola. E così, proprio quel mondo complesso, articolato, pregno di problematiche antiche e difficili da risolvere, viene semplificato. Maestro unico, grembiule e voto in condotta. La semplificazione di una complessità assicura l’efficacia della comunicazione
La chiarezza e le conseguenze di questo discorso mi gelano.
3 frasi spot.
– La comunicazione funziona se intercetta un desiderio (o uno dei sensi o un sentimento). L’accesso all’informazione è immediato, continuo; per rimanere impressa, la comunicazione deve intercettare un desiderio.
– Senza un contenuto adeguato, le tecnologie di comunicazione non funzionano.
– La religione e la politica sono sempre state grandi produttori di tecnologie di comunicazione. Dalla bibbia di gutemberg all’incredibile sviluppo dei libelli politici durante la rivoluzione francese.

Il meccanismo comunicativo funziona quando avvengono 2 processi: il riconoscimento (nel tipico senso psicologico) e la socializzazione. Navigare è la attività che agevola al massimo questi processi. Navigando immediatamente entro in contatto con altri e altrettanto immediatamente riconosco le mie preferenze, il mio mondo, i miei luoghi di riferimento.
Sinibaldi ci ha lasciato con 4 punti su cui riflettere, molto interessanti devo dire.
1- L’accesso libero, ampio e gratuito alle forme di comunicazione. L’Italia su questo è molto molto arretrata. Non per l’uso eccessivo della TV, come sarebbe facile pensare. La differenza con gli altri paesi occidentali dipende dal non uso degli altri mezzi di comunicazione: internet, quotidiani, libri e radio.
2- La rottura della separazione produttore-consumatore dell’informazione.
3- La narrazione della realtà è sempre più difficile. L’evoluzione dei format televisivi ha reso molto difficile individuare dei linguaggi adatti alla narrazione della realtà.
4- Luoghi dove si creino idee. Delle mediasfere distinte dal resto del mondo dove creare, far nascere e far circolare idee. Per evitare un contropensiero unico della comunicazione.

BRAVO SINIBALDI!